«Pianificazione fiscale in pochi minuti»: il nuovo strumento di Altruist affonda Piazza Affari e i titoli del risparmio gestito

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il timore che l’intelligenza artificiale possa sostituire, o quantomeno ridimensionare drasticamente, il ruolo del consulente finanziario — quella figura che sino a ieri sembrava inattaccabile proprio perché fondata sul rapporto personale e sulla fiducia — ha innescato una ondata di vendite che da Wall Street si è riversata senza sosta su tutte le principali piazze europee, e Piazza Affari, in questo contesto, ha chiuso la seduta facendo registrare la performance peggiore del Vecchio Continente con un calo dello 0,62 per cento a 46.510 punti. L’elemento scatenante, e non si tratta certo di un dettaglio di secondo piano, è l’annuncio fatto nei giorni scorsi da Altruist, startup californiana che opera nel settore della gestione patrimoniale per consulenti indipendenti: la società ha infatti integrato all’interno della propria piattaforma Hazel, già basata su sofisticati algoritmi di intelligenza artificiale, una funzionalità interamente dedicata alla pianificazione fiscale. Il sistema, come si legge nella documentazione ufficiale diffusa dall’azienda, è in grado di leggere e interpretare in pochi minuti dichiarazioni dei redditi — i modelli 1040 americani, per intenderci — buste paga, estratti conto, note delle riunioni e persino corrispondenza via posta elettronica, restituendo al consulente strategie fiscali personalizzate e simulate attraverso scenari interattivi del tipo “cosa succederebbe se” -2-6.

Il mercato, evidentemente, non ha gradito. E non ha gradito per un motivo molto semplice: ciò che sino a ieri richiedeva ore di lavoro manuale, competenze specifiche e un passaggio obbligato attraverso i tradizionali canali di intermediazione, oggi può essere eseguito da una macchina in un lasso di tempo irrisorio. A Wall Street i titoli delle grandi società di servizi finanziari e consulenza — Charles Schwab, LPL Financial, Raymond James Financial — hanno subìto perdite a due cifre nella seduta di lunedì, e il contagio, puntuale, si è manifestato il giorno successivo sui listini europei. A Milano i riflessi sono stati particolarmente violenti: Banca Mediolanum ha lasciato sul terreno il 9,57 per cento, Fineco ha ceduto il 9,05 per cento, Banca Generali ha registrato un calo del 7,59 per cento e Azimut, seppur con un tonfo leggermente meno marcato, ha comunque chiuso in ribasso del 4,49 per cento -4-8. Titoli, questi, che rappresentano l’ossatura stessa del risparmio gestito italiano e che da sempre fanno della consulenza personalizzata, del contatto diretto con la clientela e della capacità di interpretare bisogni spesso inespressi la loro principale ragion d’essere.

Eppure, e qui la vicenda si arricchisce di una prima, significativa contraddizione, gli stessi vertici delle aziende coinvolte nel crollo borsistico hanno immediatamente cercato di ridimensionare la portata della minaccia. Gianmaria Mossa, amministratore delegato di Banca Generali, nel corso della conference call con gli analisti convocata per commentare i risultati dell’esercizio 2025, ha definito i timori che stanno attraversando i mercati «una questione statunitense che non c’entra nulla con il mercato italiano del wealth management» -1. L’Italia, ha argomentato Mossa con una nettezza che non lascia spazio a interpretazioni, è un mercato unico, un contesto nel quale la gestione patrimoniale rimane sostanzialmente un affare di famiglia e dove il cliente, quando si tratta di affidare i propri risparmi, cerca ancora il contatto umano, la stretta di mano, la possibilità di guardare negli occhi chi lo consiglia. «L’idea che un tool di intelligenza artificiale possa rendere l’advisory una commodity nel nostro Paese non ha alcun senso», ha aggiunto il banchiere, salvo poi riconoscere — e non poteva fare altrimenti — che l’intelligenza artificiale rappresenta comunque «un grande acceleratore del business» perché consente ai banker di lavorare più velocemente, di ridurre i tempi morti, di automatizzare le procedure ripetitive. Ma, e questo è il punto nodale, sempre e soltanto in funzione di supporto all’attività umana, mai in sostituzione di essa -1.

Il paradosso del lavoro americano e il differimento dei tagli Fed

Se il fronte del risparmio gestito è apparso in fiamme, un secondo elemento di pressione — per certi versi altrettanto insidioso — è giunto nel pomeriggio dal rapporto sull’occupazione statunitense. I nonfarm payrolls di gennaio hanno fatto registrare un incremento di 130.000 nuove unità, quasi il doppio rispetto alle 66.000 attese dal consenso degli analisti, e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3 per cento -9. Dati, va detto, che dipingono un mercato del lavoro robusto, anzi robustissimo, e che di conseguenza hanno allontanato le speranze di un imminente allentamento della politica monetaria da parte della Federal Reserve. Le probabilità di un taglio dei tassi a marzo, rilevate dai futures sui fondi federali, sono precipitate al 6 per cento, e anche le attese per una riduzione ad aprile si sono notevolmente diradate -9. Il presidente Donald Trump, occorre ricordarlo, siede di nuovo alla Casa Bianca, e la sua amministrazione ha più volte sollecitato una riduzione del costo del denaro; la Fed, tuttavia, continua a muoversi con estrema cautela, e il vicepresidente Philip Jefferson, intervenuto nei giorni scorsi, ha parlato di «cauto ottimismo» per il 2026, ma ha anche ammesso che il progresso sul fronte dell’inflazione — quella vera, quella misurata attraverso l’indice PCE — si è sostanzialmente arrestato nell’ultimo anno -5. Per i mercati europei, e per Milano in particolare, la combinazione fra timori legati all’intelligenza artificiale e prospettive di tassi americani ancora elevati per un periodo più lungo del previsto ha rappresentato un cocktail particolarmente indigesto.

Ventidue licenze libiche e il ritorno di Eni nel bacino della Sirte

In un contesto di forte avversione al rischio sul fronte finanziario, una notizia di segno opposto — e di carattere squisitamente industriale — è giunta nel tardo pomeriggio da Tripoli. La National Oil ration libica, dopo diciassette anni di sostanziale stallo nelle nuove assegnazioni, ha ufficialmente riaperto il mercato dell’oil & gas bandendo una gara internazionale per ventidue blocchi esplorativi, e tra le società che si sono aggiudicate i diritti figura anche Eni. Il colosso guidato da Claudio Descalzi, attraverso un consorzio che vede la partnership del QatarEnergy, ha ottenuto la licenza esplorativa denominata O1, un’area di circa 29.000 chilometri quadrati situata nella porzione offshore della provincia della Sirte, bacino tra i più ricchi di idrocarburi dell’intero Nord Africa -3-7. Il blocco, che presenta vaste zone non ancora coperte da sismica tridimensionale e alcune scoperte di petrolio e gas rimaste sino ad oggi non sviluppate, vedrà Eni ricoprire il ruolo di operatore unico con una partecipazione totalitaria del consorzio durante l’intero arco delle fasi esplorative e di successivo sviluppo. La firma formale dell’intesa è attesa entro la fine del mese nella capitale libica, e i piani preliminari prevedono l’acquisizione di nuova sismica e campagne di perforazione nell’arco del primo quinquennio -7.

Si tratta, per l’azienda italiana, di un ritorno a pieno Titolo in un Paese dove Eni opera ininterrottamente dal lontano 1959 e dove, nonostante le turbolenze politiche e militari che hanno segnato l’ultimo decennio, la produzione equity di idrocarburi si è attestata nel 2025 su una media giornaliera di circa 162.000 barili di petrolio equivalente. La licenza O1, va sottolineato, non rappresenta soltanto un’opportunità per incrementare le riserve e la produzione futura, ma anche un segnale politico di grande rilievo: la Libia, dopo anni di chiusura e di contratti bloccati, torna a guardare alle grandi compagnie internazionali per rilanciare un settore estrattivo che costituisce l’ossatura quasi esclusiva della sua economia. E lo fa attraverso uno strumento, la gara competitiva, che dovrebbe garantire trasparenza e pari opportunità tra i partecipanti, sebbene le cronache degli ultimi anni abbiano spesso raccontato una realtà assai più opaca e frammentata. Per Eni, d’altro canto, il consolidamento della posizione in Libia si inserisce in una strategia di lungo corso che ha sempre privilegiato la continuità della presenza, la costruzione di relazioni solide con le controparti locali e una capacità di adattamento ai mutamenti dello scenario geopolitico che pochi altri competitor internazionali possono vantare.

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