L’accordo Ue-Israele resta in piedi, e l’Italia di Meloni smaschera il suo doppio binario
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Redazione Esteri
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Nelle settimane scorse, a Roma, il governo guidato da Giorgia Meloni aveva deciso – o così era parso – di compiere un gesto simbolico verso l’opinione pubblica, sempre più critica nei confronti delle operazioni militari israeliane a Gaza e in Libano. La sospensione del memorandum di difesa bilaterale con Israele, annunciata con un certo clamore, sembrava voler suggerire un cambio di tono: un segnale, per quanto limitato, indirizzato al primo ministro Benjamin Netanyahu, quasi a prendere le distanze dalle sue politiche. E invece, a guardare i fatti accaduti ieri in Lussemburgo, quel gesto appare per quello che è: un bluff, una mossa di corto respiro, priva di qualsiasi seguito concreto sulla scena europea.
Proprio durante il Consiglio Affari esteri dell’Unione, riunito nella capitale granducale, si è consumata la resa dei conti. L’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, ha dovuto prendere atto di un nulla di fatto: nessuna sospensione, neanche parziale, dell’accordo di associazione tra Ue e Israele. Nessuna data fissata per un futuro dibattito, nessuna restrizione commerciale all’orizzonte. La proposta, avanzata formalmente da Spagna, Irlanda e Slovenia, di congelare il trattato di collaborazione – strumento che regola i rapporti economici e politici tra Bruxelles e Tel Aviv – è stata respinta senza troppi giri di parole. E chi ha messo il veto, o quantomeno ha contribuito in modo determinante a far naufragare l’ipotesi? L’Italia, insieme alla Germania.
Il ruolo decisivo di Roma e Berlino nel mantenere lo status quo
Kallas, durante la conferenza stampa al termine del meeting, ha ammesso con una certa franchezza che «non c’è stato sostegno da parte degli stati». Una frase che, letta tra le righe, fotografa l’isolamento di chi – come la Spagna – chiedeva un passo indietro netto dell’Unione. Eppure, il paradosso è evidente: mentre il governo Meloni, sul palcoscenico domestico, cerca di accreditarsi come interlocutore attento alle proteste contro le guerre di Washington e di Tel Aviv, in Europa fa esattamente l’opposto. Con il suo no allo stop dell’intesa comunitaria, Roma vanifica di fatto anche quella sospensione del memorandum difensivo annunciata a casa propria. Un comportamento che qualcuno potrebbe definire schizofrenico, ma che rivela una linea chiara: nessuna rottura sostanziale con Israele, nessun costo politico reale.
La Germania, dal canto suo, ha giocato un ruolo altrettanto decisivo. Berlino, si sa, considera l’accordo di associazione con Israele un pilastro intoccabile della propria politica estera, per ragioni storiche e strategiche. L’asse Roma-Berlino, stavolta, ha funzionato a perfezione: bloccando sul nascere qualsiasi iniziativa che potesse mettere in discussione il trattato. Il risultato? L’Ue non muove un passo contro Netanyahu. Le violenze in Cisgiordania, l’occupazione, il massacro in corso nella striscia di Gaza e i nuovi raid in Libano – tutti elementi che pure raccolgono le critiche unanimi dei Ventisette – continuano a non tradursi in sanzioni o sospensioni. Il Consiglio Ue, insomma, è uscito dall’aula di Lussemburgo esattamente com’era entrato.
Uno stallo sempre più difficile da giustificare
Non è la prima volta che l’Unione europea si arena di fronte alla necessità di prendere una posizione vincolante verso Israele. La novità, semmai, è che stavolta l’Italia ha smesso di nascondersi dietro la cortina fumogena delle dichiarazioni. Il governo Meloni, che in patria gioca la carta del “segnale forte” sospendendo un memorandum difensivo (peraltro mai troppo utilizzato), in sede europea si è schierato in prima fila per mantenere tutto come prima. Una contraddizione che non è sfuggita agli osservatori, né ai partner europei. Lo stallo, dunque, non è solo tecnico: è politico, voluto, e assume i contorni di una scelta consapevole.
La responsabile per la politica estera, Kallas, ha parlato di «mancanza di sostegno», senza però aggiungere particolari sugli stati che hanno frenato. Ma le fonti diplomatiche, quelle che circolano nei corridoi del Consiglio, raccontano di un confronto serrato. La Spagna, l’Irlanda e la Slovenia avevano messo nero su bianco la richiesta di sospensione totale o parziale dell’accordo di associazione, oltre a limitazioni al commercio. Una proposta che, sulla carta, avrebbe avuto il peso di una condanna formale delle politiche di Netanyahu. Invece, il fronte dei “no” – guidato da Roma e Berlino – ha prevalso senza troppe difficoltà.
Violazioni e diritti, ma l’Europa non si muove
A rendere ancora più stridente l’inerzia europea è il contesto: le nuove violenze in Libano, che si aggiungono alle sistematiche violazioni dei diritti umani in Cisgiordania e al genocidio – così lo definiscono numerose organizzazioni internazionali – nella striscia di Gaza. Ogni giorno arrivano notizie di raid, vittime civili, distruzione di infrastrutture. Eppure, per i ministri degli Esteri dell’Ue riuniti in Lussemburgo, tutto questo non è bastato per interrompere i rapporti commerciali e politici con Israele. L’accordo di associazione, firmato nel 1995 e in vigore dal 2000, continua a funzionare a pieno regime. Le merci, i capitali, le relazioni diplomatiche scorrono come se nulla fosse. E l’Italia di Meloni, che tanto tuona contro i “governi lontani dal popolo”, si è rivelata uno dei principali architetti di questa immobilismo.
Alla fine, il Consiglio si è sciolto senza un comunicato che annunciasse un passo indietro, senza una data per riparlarne. Solo l’amara ammissione di Kallas, e la consapevolezza che – ancora una volta – le critiche verbali non si traducono in atti. La mossa di Meloni a Roma? Un’illusione ottica. O, per dirla con termini meno eleganti, un bluff smascherato in 24 ore.




