La secca del Po e l’Oglio che soffre: il livello dei fiumi lombardi tra record e memoria storica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il grande fiume, quello che con i suoi 652 chilometri di lunghezza da sempre rappresenta l'ossatura idrica della Pianura Padana, continua a offrire uno spettacolo desolante in questo avvio di stagione.

Le immagini che arrivano dal tratto lodigiano, girate nella zona di Corte Sant'Andrea, mostrano un letto che si fa strada tra banchi di sabbia e isolotti emersi, quasi a voler restituire una geografia inedita eppure, per certi versi, già vista; una situazione che ha spinto il nostro Pierluigi Cappelletti a documentare con la consueta attenzione ciò che rimane di un corso d'acqua che, per secoli, ha nutrito terre e alimentato economie.

E se a Cremona, al confine con la provincia di Piacenza, la secca ha toccato un nuovo record negativo, scendendo a 8,59 metri sotto lo zero idrometrico e superando così il precedente primato negativo di 8,58 del 2022, la questione non è soltanto una faccenda di numeri, per quanto impressionanti, ma anche di percezione e di memoria storica.

L'Oglio come specchio della crisi: un livello che richiama il 2022

Non è soltanto il Po, del resto, a destare preoccupazione in queste settimane, perché il sistema idrico della regione appare in sofferenza in più punti e in particolare lungo l'Oglio, il grande affluente che da sempre condivide le sorti del suo corso principale.

A Ostiano, in provincia di Cremona, le rilevazioni hanno fatto segnare un valore di meno 183 centimetri, una quota che, pur non rappresentando di per sé un campanello d'allarme tale da innescare procedure di emergenza, si lascia osservare a occhio nudo lungo le sponde e nei tratti dove l'acqua si ritira scoprendo fondali che di solito restano celati.

Franco Danieli, coordinatore della protezione civile Terre dell'Oglio, osserva che per questo fiume non si dispone di parametri storici paragonabili a quelli del Po, per cui è difficile stabilire se si tratti del nuovo record negativo; tuttavia, il dato più significativo è la somiglianza con il livello registrato nel 2022, l'anno che segnò una delle siccità più dure per l'intera Pianura Padana.

È una circostanza che, come sottolineano gli esperti del settore, non può essere liquidata come un episodio isolato, ma che invita piuttosto a riflettere sulla natura ciclica di certi fenomeni e sulla necessità di distinguere tra emergenza contingente e tendenza climatica di più lungo periodo.

La memoria del Grande Fiume: quel precedente del 1530 che smentisce l'allarmismo

Ogni qualvolta il livello idrometrico del Po scende al di sotto delle medie stagionali, si ripropone puntualmente una narrazione mediatica che tende a dipingere lo scenario come catastrofico e senza precedenti; si parla di fine dei tempi idrici, di una crisi che non avrebbe uguali nella storia del pianeta, alimentando un sentimento di ansia collettiva che spesso prescinde da un'analisi rigorosa dei cicli naturali.

Eppure, chi ha la pazienza di frugare negli archivi storici e di confrontare i dati con quelli delle rilevazioni moderne, scopre che la secca del Po non è affatto un fenomeno inedito, ma piuttosto un evento che si ripete con regolarità nel corso dei secoli, assumendo talvolta contorni ben più drammatici di quelli attuali.

Basti pensare all'eccezionale precedente del 1530, una siccità talmente grave da essere ricordata ancora oggi come uno degli episodi più estremi della storia idrologica padana, quando il fiume ridusse la sua portata a tal punto da mettere in ginocchio le comunità agricole e costringere le autorità dell'epoca a prendere provvedimenti straordinari per garantire la sopravvivenza delle popolazioni.

La storia, insomma, insegna che il grande fiume ha attraversato fasi alterne di magra e di piena molto prima che l'uomo iniziasse a parlare di cambiamento climatico, e che la capacità di adattamento delle comunità rivierasche è stata spesso messa alla prova da eventi che, al pari di quelli odierni, richiedevano soluzioni pragmatiche e non solo proclami allarmistici.

Irrigazione d'emergenza e costi alle stelle: il grido degli agricoltori del Delta

Mentre gli storici ricordano il passato e gli idrologi misurano il presente, gli agricoltori del Delta del Po sono costretti a fare i conti con una realtà fatta di pompe accese giorno e notte e bollette salatissime per il gasolio necessario a mantenere in vita le risaie, un comparto che rappresenta una delle eccellenze agroalimentari del territorio e che rischia di vedere compromessa l'intera stagione produttiva.

Il grido d'allarme lanciato dagli operatori del settore, che denunciano i costi proibitivi dell'irrigazione d'emergenza e chiedono a gran voce lo scavo immediato di canali per garantire un approvvigionamento più efficiente e meno oneroso, ha trovato ascolto nel direttore del Consorzio di bonifica Delta del Po, Rodolfo Laurenti, il quale ha ricostruito l'origine della crisi e le misure adottate per scongiurare il rischio che le colture restassero completamente senz'acqua.

Laurenti ha spiegato che la situazione attuale è il frutto di una combinazione di fattori, tra cui la scarsità di precipitazioni nei mesi invernali e primaverili, l'elevata temperatura dell'aria che favorisce l'evaporazione e il ridotto apporto di neve dalle Alpi, e ha sottolineato come le infrastrutture irrigue, pur essendo state potenziate negli anni, mostrano oggi tutti i loro limiti di fronte a una domanda idrica che non accenna a diminuire.

Il consorzio, ha aggiunto il direttore, sta lavorando per ottimizzare l'uso delle risorse disponibili e per trovare soluzioni tecniche che possano ridurre l'impatto economico sugli agricoltori, ma è evidente che senza un cambiamento strutturale nel modo di gestire l'acqua, il sistema resta esposto a rischi sempre più elevati, e che la memoria storica, per quanto preziosa, non basta a risolvere i problemi concreti di chi ogni giorno deve decidere se accendere la pompa o lasciare che il campo si secchi.

I numeri della fragilità: tra record negativi e la necessità di una lettura più sfumata

Il dato di 8,59 metri sotto lo zero idrometrico registrato a Cremona rappresenta un nuovo primato negativo per il Po, ma come giustamente osservano gli esperti, il solo record non racconta l'intera verità di un fenomeno che va inquadrato in una prospettiva più ampia; ciò che rende critica la situazione attuale, più che il valore assoluto, è la sua durata e l'accumularsi di anni di scarse precipitazioni che hanno ridotto la capacità di resilienza del sistema idrico, prosciugando le riserve sotterranee e rendendo i fiumi più vulnerabili a ogni successiva ondata di caldo.

E se l'Oglio, con i suoi meno 183 centimetri a Ostiano, non ha ancora raggiunto livelli tali da destare allarme, la sua condizione è comunque un segnale che l'intera rete idrografica padana è sotto stress, un avvertimento che non può essere ignorato ma che nemmeno deve essere strumentalizzato per alimentare una narrazione catastrofista priva di basi scientifiche.

Gli agricoltori, dal canto loro, continuano a lottare per mantenere in vita le loro colture, consapevoli che il mestiere dell'uomo di campagna è sempre stato un equilibrio tra pazienza e iniziativa, tra la fiducia nei cicli naturali e la determinazione nel modificarli quando necessario, e sanno bene che la soluzione alla crisi non passerà né dalla retorica allarmista né dal negazionismo, ma da un approccio pragmatico che sappia coniugare le conoscenze storiche con le innovazioni tecnologiche e con una gestione più oculata della risorsa idrica, l'unica che, in fondo, può ancora salvare il

Grande fiume e i suoi affluenti da un declino che, se non arrestato, rischia di diventare irreversibile.

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