La Cina fissa il target di crescita al 4,5-5% per il 2026, al via il XV piano quinquennale tra autarchia tecnologica e dividendi record

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il premier Li Qiang, aprendo i lavori della quarta sessione della XIV Assemblea popolare nazionale, ha ufficializzato la forchetta di crescita del prodotto interno lordo per l’anno in corso, un range compreso tra il 4,5 e il 5% che rappresenta il dato programmatico più modesto dagli anni Novanta, se si escludono le flessioni legate a shock contingenti. La scelta, lungi dall’essere un semplice aggiustamento contabile, sancisce il definitivo abbandono della rincorsa a tassi iperbolici in favore di una metabolismo economico qualitativamente diverso, orientato a consolidare la transizione ecologica e l’autosufficienza tecnologica in un contesto internazionale che, con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, si preannuncia segnato da rinnovate frizioni commerciali e dazi. Il Parlamento riunito a Pechino, nelle cosiddette “Due Sessioni”, ha infatti posto le basi per il quindicesimo piano quinquennale, un documento programmatico di 135 pagine che, pur senza fissare obiettivi vincolanti di crescita a medio termine – una scelta dettata dalla volatilità geopolitica – delinea con chiarezza le priorità industriali e sociali del Dragone fino al 2030. Tra queste, spicca l’obiettivo di lungo periodo di raddoppiare il Pil pro capite rispetto ai livelli del 2020, un’ambizione che richiederà non solo una maggiore produttività, ma anche un deciso rilancio dei consumi interni, ancora frenati dalle turbolenze del settore immobiliare.

L’autarchia tecnologica come bussola, tra investimenti miliardari e nuove frontiere industriali

Il cuore pulsante del nuovo corso è rappresentato dallo sforzo senza precedenti per colmare il gap nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale e nella biomanifattura, settori considerati strategici per la sicurezza nazionale oltre che per la competitività economica. Già nel 2025, la spesa in ricerca e sviluppo ha sfiorato gli ottocento miliardi di dollari, un volume di risorse che testimonia la determinazione di Pechino a ridurre la dipendenza dalle tecnologie occidentali. Durante le sessioni parlamentari, non si è parlato solo di numeri, ma di una vera e propria “rivoluzione elettrica” e digitale che dovrà permeare l’intero apparato produttivo: il governo ha annunciato un piano d’azione “AI+” per integrare l’intelligenza artificiale in ogni comparto, dalle infrastrutture alla logistica, mentre l’industria dei veicoli a nuova energia – nonostante le barriere protezionistiche in Occidente – continua a trainare l’export con una crescita del 5,5% nello scorso anno. La filosofia sottostante è chiara: in un mondo sempre più frammentato in blocchi contrapposti, la capacità di produrre in casa i componenti più critici diventa un imperativo categorico.

Deficit al 4% e obbligazioni speciali: la manovra per sostenere la domanda interna

Sul fronte della politica fiscale, l’esecutivo guidato da Li Qiang ha optato per un orientamento espansivo ma controllato, mantenendo il rapporto deficit/Pil intorno al 4%, un livello simile a quello dell’esercizio precedente. Accanto a questo, il ministero delle Finanze sta portando avanti un imponente piano di ristrutturazione del debito “nascosto” degli enti locali, un’operazione che coinvolge circa diecimila miliardi di yuan e che mira a ripulire i bilanci periferici entro il 2027, consentendo così alle amministrazioni di riprendere a investire. Per finanziare infrastrutture strategiche e programmi di incentivo ai consumi, verranno inoltre emesse obbligazioni speciali, uno strumento già rodato che dovrebbe garantire liquidità senza alimentare pericolose bolle speculative. L’obiettivo, complesso ma necessario, è quello di stimolare la domanda aggregata senza compromettere la stabilità finanziaria, in un quadro in cui l’inflazione programmata è stata fissata cautelativamente al 2%, un livello che lascia ampi margini di manovra alla banca centrale.

Spese per la difesa e equilibri internazionali

Non è passata inosservata, nel so pacchetto di misure presentato ai delegati, la voce relativa al bilancio della difesa, incrementato del 7% per il 2026, un tasso in leggera flessione rispetto al +7,2% dell’anno precedente ma comunque significativo in valore assoluto, attestandosi su circa 1.909,6 miliardi di yuan. Un aumento che, seppur giustificato da Pechino con le consuete esigenze di modernizzazione delle forze armate, assume contorni particolarmente delicati alla luce delle tensioni nello Stretto di Taiwan e delle pressioni statunitensi nel Mar Cinese Meridionale. La visita annunciata del presidente americano Donald Trump a Pechino introduce un ulteriore elemento di complessità in uno scenario già segnato dalla guerra in Ucraina e dalle crisi in Medio Oriente, crisi che minacciano la stabilità delle rotte energetiche da cui dipende l’industria cinese. In questo contesto, la scelta di non fissare obiettivi rigidi nel piano quinquennale appare una prudente misura di flessibilità, una finestra di adattamento per navigare a vista in acque internazionali che si fanno di giorno in giorno più agitate.

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