Niscemi, ventinove anni di ritardi e una frana che continua a crescere
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Redazione Interno
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La terra, che da mesi continua a muoversi inesorabilmente sotto una parte del centro abitato, ha creato una voragine di responsabilità altrettanto profonda, mentre le indagini della procura di Gela cercano di ricostruire un puzzle durato quasi tre decenni. Ventinove anni, per l'esattezza, trascorsi fra nove ordinanze di Protezione civile – concentrate solo nel quinquennio fra il 1997 e il 2002 – e finanziamenti per decine di milioni di euro, dei quali, tuttavia, non si è visto quasi nulla in termini di cantieri concreti. Opere necessarie, quelle di consolidamento e di sistemazione idraulica del torrente Benefizio, la cui esecuzione è partita, con colpevole ritardo, soltanto nel 2023, quando ormai il tempo a disposizione per scongiurare il peggio era già ampiamente scaduto. Un primo intervento reale, dopo una lunga sequela di piccoli movimenti e promesse, arrivato quando il pendio aveva già iniziato a dare segni inequivocabili di cedimento.
L'inchiesta e la montagna di carte da esaminare
Proprio da questo iato, sconcertante nella sua evidenza cronologica, prende le mosse l’inchiesta penale avviata dalla procura, la quale ha incaricato tre periti per analizzare le cause tecniche della frana e, soprattutto, il come e il perché si sia potuti giungere all’attuale situazione di pericolo. Una situazione che, al momento, ha già costretto all’evacuazione circa milleseicento persone, con intere famiglie allontanate dalle proprie abitazioni nel cuore della città, e che minaccia di far scivolare a valle un’ampia porzione del paese. Gli investigatori si trovano ora a dover setacciare una mole impressionante di documenti, di verbali e di delibere, per tracciare una linea chiara – ammesso che sia possibile – fra gli stanziamenti erogati e le opere mai realizzate, in un labirinto di competenze e di passaggi di mano che sembra aver favorito soltanto l’inerzia.
La vita sospesa nella zona rossa e il supporto psicologico
Oltre le transenne che delimitano la zona rossa, l’atmosfera è descritta come spettrale: le vie adiacenti al punto di distacco, interdette al passaggio, sono presidiate dalle forze dell’ordine, mentre gli ultimi residenti, quelli che esitano fino all’ultimo, vengono aiutati a lasciare le case dai vigili del fuoco e dagli operatori della Protezione civile. Una scena di sospensione e di attesa, il cui peso psicologico, specialmente sui più piccoli, non è stato sottovalutato. L’Asp di Caltanissetta, guidata da Salvatore Ficarra, ha infatti attivato un’équipe di una decina di psicologi specializzati, il cui intervento è rivolto in particolare ai quasi seicento bambini rimasti senza scuola dopo gli eventi di gennaio. L’obiettivo, immediato, è quello di supportare il recupero di una parvenza di normalità in un contesto dove tutto, invece, appare fragile e precario.
Le polemiche politiche e una memoria scomoda
Sullo sfondo, mentre i tecnici lavorano e i magistrati indagano, continua uno sterile e indecoroso scaricabarile politico, un rimpallo di responsabilità che coinvolge amministrazioni locali e regionali di diversi colori, governi passati e l’attuale esecutivo. Una dinamica che ha spinto alcuni osservatori a rievocare, con un parallelismo certo assurdo nelle proporzioni ma significativo nella sostanza del dibattito pubblico, le logiche e le ombre che seguirono la tragedia del Vajont. Un paragone estremo, che tuttavia rende l’idea dell’amarezza e della rabbia di chi, tra le case evacuate e le scuole chiuse, si trova a pagare il prezzo di ritardi che hanno ormai la stessa età di molti degli sfollati.




