Studenti rifiutano l’orale della maturità: presidi divisi tra comprensione e critica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro casi in meno di una settimana: Padova, Treviso e Firenze hanno registrato altrettanti episodi in cui maturandi, davanti alla commissione d’esame, hanno annunciato di non voler sostenere la prova orale. Una scelta che, sebbene motivata in modi diversi, converge in un unico messaggio di protesta contro «il sistema», accusato di mortificare il merito e alimentare una competitività sterile. Se alcuni li hanno liquidati come «cercatori di visibilità», altri – come il preside Trecroci – hanno preferito sottolineare il lato mancato: «Capisco l’ansia, ma perdono un’occasione di crescita».

Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale dei presidi, ha usato toni più duri, insinuando che dietro il gesto si celasse «la volontà di evitare un voto basso» piuttosto che una presa di posizione genuina. Ma la questione, come spesso accade, è più complessa. Quella stessa scuola che dovrebbe prepararli al futuro, dicono alcuni insegnanti, è sempre più simile a un’azienda, attenta ai numeri più che alle esigenze concrete degli studenti. «Li ignoriamo, poi ci stupiamo se reagiscono», ammette una professoressa di scuola secondaria, che preferisce non fare il nome.

Il riferimento a Gli esami non finiscono mai, la celebre commedia di Eduardo De Filippo, viene spontaneo: se Guglielmo Speranza affrontava le prove della vita con un’ostinazione quasi ingenua, oggi c’è chi quelle prove rifiuta di iniziarle. Non per viltà, sostengono alcuni, ma per coerenza. «È un segnale di disagio, ma anche di consapevolezza», osserva il professor Antonio Calò, secondo cui il fenomeno andrebbe letto come il sintomo di una generazione che non accetta più modelli precostituiti.

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