Commercio riminese in ginocchio, il 2025 chiude in rosso. A picco abbigliamento e tabaccherie
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Redazione Economia
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L’economia della Riviera, tradizionalmente trainata dalla capacità attrattiva del suo tessuto commerciale, deve fare i conti con una fotografia impietosa scattata dalla Camera di Commercio della Romagna. Al 31 dicembre 2025, le imprese attive nel settore commercio in provincia di Rimini sono scese a 8.047, un dato che, se comparato con l’anno precedente, evidenzia un arretramento del 2,8%. Un calo che, lungi dall’essere una semplice flessione congiunturale, viene definito dagli operatori del settore come una tendenza strutturale; lo sottolinea il presidente di Confcommercio Rimini, Giammaria Zanzini, il quale, analizzando i numeri, rileva come la contrazione colpisca trasversalmente le categorie più tradizionali del commercio di prossimità.
L’agonia delle boutique e il crollo delle tabaccherie
A osservare i dettagli del Rapporto, emerge un vero e proprio crollo verticale per alcuni segmenti specifici, quelli che per decenni hanno rappresentato l’identità delle città romagnole. Le tabaccherie registrano la battuta d’arresto più severa, con una riduzione dell’11,5% delle attività, seguite a ruota dalle edicole che arretrano del 7,3%. Non va meglio per i negozi di abbigliamento, che perdono il 5,3% delle unità locali, mentre le calzature segnano un -5,6%. Questi numeri raccontano la progressiva erosione del ceto medio imprenditoriale, quelle piccole realtà a conduzione familiare che oggi si trovano schiacciate tra i colossi della grande distribuzione e le logiche del mercato globale. Zanzini, intervenendo sulla questione, ha parlato di una vera e propria desertificazione commerciale, avvertendo che "non possiamo abituarci a questo declino come se nulla fosse", citando un dato che definisce particolarmente allarmante, ovvero il -14,8% delle imprese legate all'e-commerce, una flessione che smentisce il mito della crescita inarrestabile del digitale quando questo si misura con le piccole e medie imprese, prive dei margini necessari per sostenere la concorrenza virale delle piattaforme.
La grande distribuzione cresce mentre i centri storici si spopolano
In netto contrasto con la sofferenza dei piccoli negozi, c’è però un comparto che tira dritto e mostra il segno più. I supermercati e le grandi strutture di vendita, come gli ipermercati, registrano un incremento delle vendite del 3,0%, consolidando un modello di consumo orientato alla periferia e alla standardizzazione dell’offerta. Una dinamica, questa, che Zanzini descrive come una trasformazione del tessuto urbano: i negozi di qualità lasciano spazio a format omologati e a catene a basso valore aggiunto. Un fenomeno che non solo impoverisce l’economia locale, ma stravolge l’identità stessa delle città, un aspetto cruciale per un territorio a vocazione turistica come Rimini. Il rischio, paventato più volte dall’associazione di categoria, è quello di assistere passivamente a un declino che trasforma i centri storici in dormitori, dove la serranda abbassata diventa un simbolo di degrado e insicurezza, minando la coesione sociale oltre che la resilienza economica.
Il quadro provinciale e il peso del dettaglio tradizionale
Spostando lo sguardo sull’intera provincia, il settore commercio rappresenta comunque un pilastro fondamentale, incidendo per il 23,3% sul totale delle imprese attive, una percentuale questa superiore alla media regionale. Tuttavia, l’emorragia non accenna a fermarsi: le imprese del commercio al dettaglio, che da sole costituiscono quasi la metà del comparto (49%), hanno subito una decurtazione del 2%. Un dato che, se letto in parallelo con quanto accade nel vicino Forlì-Cesena, dove le imprese attive sono scese a 7.144 (-2,1%), delinea una crisi omogenea su tutto il territorio romagnolo. Non si tratta solo di numeri, ma di posti di lavoro e di servizi essenziali per la quotidianità dei residenti; la contrazione coinvolge pesantemente anche i negozi di frutta e verdura (-6,2%) e i mobili (-5,5%), segnando la fine di un’epoca per il commercio tradizionale che, nonostante l’aumento del valore aggiunto dello 0,5% registrato a livello territoriale, non riesce più a reggere l’urto di una domanda interna stagnante e di un’offerta sempre più polarizzata tra discount e lusso, senza un’adeguata protezione per la fascia intermedia.




