Starmer resiste all’assedio, tra le ombre di Epstein e i nodi della leadership
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Redazione Esteri
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Barricato nel suo studio a Downing Street, Keir Starmer vive la sua ora più cupa, assediato da quel partito che dovrebbe sostenerlo e da un ronzio di malumore ormai assordante. La sua leadership, che solo pochi mesi fa sembrava poter inaugurare una nuova era per il Labour, è oggi talmente indebolita da reggersi più sulla momentanea assenza di un'alternativa pronta che su un solido consenso. La faglia che ha squassato le fondamenta del suo governo, spaccando il partito e mettendo a soqquadro Westminster, ha un nome preciso: la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore presso l'amministrazione del presidente Donald Trump. Una scelta, quella di affidare un ruolo diplomatico così delicato al “Principe delle Tenebre” della politica britannica, che si è rivelata un boomerang di proporzioni gigantesche, legando indissolubilmente l'esecutivo alle ombre del passato di Mandelson, il quale, come è emerso, aveva tenuto nascosti i suoi torbidi e frequenti commerci con il finanziare statunitense Jeffrey Epstein.
L'errore ammesso e il nodo della fiducia
Starmer, in un tentativo di arginare l'emorragia di credibilità, ha pubblicamente riconosciuto di aver commesso "un grave errore", ammettendo di essere stato tratto in inganno dallo stesso Mandelson, il quale gli avrebbe mentito sulla reale natura e profondità dei suoi legami con Epstein. Questa ammissione, tuttavia, non ha placato gli animi, anzi, ha gettato benzina sul fuoco delle ribellioni interne, perché ha sollevato interrogativi insidiosi sulla perspicacia politica del premier e sulla solidità del suo processo decisionale. Il fatto che un veterano navigato come Mandelson possa avergli celato informazioni così compromettenti, infatti, lascia trapelare una certa ingenuità o, peggio, una sottovalutazione delle conseguenze, in un momento storico in cui qualsiasi associazione con il caso Epstein – un intrico internazionale di abusi, ricatti e potere – è una zavorra letale per qualsiasi carriera pubblica.
Il peso giudiziario di un'eredità scomoda
La vicenda, del resto, non è un semplice scandalo di cronaca destinato a sbiadire con il ciclo delle notizie, ma un affare giudiziario di portata globale, le cui indagini continuano a dipanarsi, coinvolgendo figure di alto profilo in tutto il mondo. L'ombra di Epstein, il cui nome viene ormai pronunciato con un brivido di raccapriccio, grava come un macigno sulla politica transatlantica, e l'avervi impigliato, anche solo per negligenza, un ambasciatore designato, rappresenta un'autogol politico di rara gravità. Le inchieste, che procedono con meticolosità, non guardano in faccia a nessuno, e la collaborazione istituzionale – come dimostrato dalla disponibilità dichiarata da re Carlo III a fornire ogni chiarimento alle forze dell'ordine – diventa un imperativo categorico, dal quale nessuno può sottrarsi.
La battaglia per il futuro laburista
Ora, mentre Starmer giura di non voler "sfuggire al proprio mandato" e ricorda, quasi a mo' di monito, che "ogni volta che mi sono battuto, ho vinto", la sua sopravvivenza si gioca su un doppio binario. Da un lato, c'è la gestione immediata della crisi interna, che richiede di tacitare i ribelli e di ricucire uno strappo nel partito sempre più profondo; dall'altro, c'è la necessità di dimostrare alla nazione di poter governare nonostante il tornado, concentrandosi sugli impegni internazionali pressanti, dai rapporti con la Casa Bianca di Trump alla crisi ucraina, senza lasciare che l'immagine del governo venga definitivamente offuscata da questo episodio. Una sfida che, nelle attuali circostanze, appare titanica, e che costringe il primo ministro a una lotta quotidiana per il controllo di una nave che sembra aver preso acqua da tutte le parti.




