Via libera agli abbattimenti dei lupi, la svolta nelle Marche e il caso Veneto
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Redazione Interno
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La gestione del lupo in Italia sta vivendo una trasformazione radicale, dettata non solo da un cambio di norme europee ma anche dalla pressione crescente che giunge dai territori, dove gli allevatori denunciano da anni perdite economiche e situazioni di pericolo a causa delle predazioni. Un decreto statale, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha infatti recepito la riclassificazione decisa dal Parlamento Europeo, declassando lo status di protezione del carnivoro e demandando alle Regioni la gestione operativa. Questo passaggio, definito dall'assessore regionale alla Caccia delle Marche Giacomo Bugaro come "un passaggio importante", segna il punto di avvio per piani di controllo che mirano a un equilibrio tra la conservazione della specie e le esigenze delle attività umane. Nella stessa regione, del resto, è già partito un piano di monitoraggio che dovrà concretizzare sul campo le nuove direttive, in un percorso che si preannuncia complesso e soggetto a scrutinio.
La nuova normativa e il quadro veneto
Se il quadro normativo nazionale muta, anche le singole regioni si adeguano, ciascuna con le proprie tempistiche e i propri criteri. In Veneto, ad esempio, l'abbattimento di quattro esemplari è stato autorizzato per il 2026, non più in deroga come avveniva in passato ma nel pieno rispetto della nuova legalità. La quota, peraltro, non è immutabile: qualora un futuro censimento dovesse accertare la presenza di oltre cento lupi nel territorio regionale, il numero degli abbattimenti consentiti potrebbe essere rivisto al rialzo già dall'anno successivo. Si tratta di una prospettiva che evidenzia come la gestione sia destinata a essere dinamica, legata ai dati scientifici sulla consistenza delle popolazioni, i quali – è bene sottolinearlo – spesso divergono tra le stime delle associazioni ambientaliste e quelle delle amministrazioni locali.
Le critiche del mondo ambientalista
Non mancano, com'era prevedibile, voci fortemente critiche rispetto a questo cambio di rotta. Il Wwf ha bollato il decreto come un "ulteriore passo verso il declassamento del lupo in Italia", pur specificando che la pubblicazione in Gazzetta non equivale a un "via libera alla caccia al lupo". L'associazione fa notare come, per rendere effettivo il declassamento, sia necessaria una modifica della legge 157 del 1992, che attualmente tutela il lupo come specie rigorosamente protetta. Questo aspetto giuridico rappresenta un nodo cruciale, poiché introduce un elemento di potenziale conflitto tra le nuove direttive di gestione regionale e la normativa nazionale vigente, lasciando spazio a interpretazioni e a possibili contenziosi.
L'equilibrio tra tutela e gestione attiva
Il tema, che ritorna ciclicamente all'attenzione dell'opinione pubblica e delle istituzioni, si articola quindi su due fronti principali: da un lato, la necessità di proteggere le aziende zootecniche da danni spesso ingenti, che minano la sopravvivenza economica di interi settori in aree montane e marginali; dall'altro, l'imperativo di conservare una specie che, dopo essere stata sull'orlo dell'estinzione, ha mostrato una notevole capacità di ripresa. La nuova fase, descritta come più aderente ai territori, dovrà pertanto dimostrare di saper tradurre in pratica il concetto di equilibrio, attraverso piani di controllo selettivi, monitoraggi costanti e misure di prevenzione dei danni, senza mai scivolare verso una semplice liberalizzazione degli abbattimenti, che rischierebbe di vanificare decenni di sforzi conservazionisti.




