Orban scrive a Zelensky, ‘riapra subito l’oleodotto Druzhba’
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Redazione Esteri
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La missiva, pubblicata sul suo profilo X, non lascia spazio a fraintendimenti: il primo ministro ungherese Viktor Orban intima al presidente ucraino Volodymyr Zelensky di ripristinare immediatamente i flussi attraverso l’oleodotto Druzhba, la fondamentale infrastruttura di epoca sovietica che, danneggiata da un attacco di droni russi lo scorso 27 gennaio, giace inattiva. Nell’appello, il leader di Budapest arriva persino ad accusare Kiev di aver “bloccato” di proposito il transito del greggio, mettendo a repentaglio quella che definisce la “sicurezza energetica” dell’Ungheria; una sicurezza che, a suo dire, garantirebbe alle famiglie magiare un prezzo dell’energia accessibile -1-5. Orban, nella sua lettera aperta, non si limita alla questione energetica, ma allarga il tiro a una critica sistemica della politica ucraina, rea, secondo la sua visione, di aver tentato per quattro anni di trascinare il suo Paese in guerra al fianco di Kiev, con la complicità di Bruxelles e, particolare non secondario in vista del voto del 12 aprile, dell’opposizione interna ungherese -1-10.
La tattica del veto e il contesto elettorale ungherese
La mossa di Orban, in realtà, si inserisce in una strategia ben più ampia e ormai collaudata, che vede Budapest utilizzare il proprio potere di veto in sede europea come leva di pressione politica. Da settimane, infatti, l’Ungheria, insieme alla vicina Slovacchia del premier Robert Fico, tiene in ostaggio due decisioni cruciali per l’Unione Europea: un pacchetto di sanzioni contro la Russia, il ventesimo dalla fine dell’invasione su vasta scala, e un prestito di 90 miliardi di euro destinato proprio all’Ucraina per sostenerne le disastrate finanze -2-6. Il collegamento tra i due dossier è esplicito: fino a quando il petrolio russo non tornerà a scorrere nel tratto ucraino del Druzhba, Budapest e Bratislava bloccheranno qualsiasi iniziativa a favore di Kiev. Questa linea dura, tuttavia, non è fine a sé stessa, ma sembra rispondere a necessità di politica interna: per la prima volta in sedici anni di potere ininterrotto, Viktor Orban si trova in svantaggio nei sondaggi, insidiato dal partito Tisza di Peter Magyar, e la sua campagna elettorale è incentrata sull’idea che solo lui possa garantire la pace e tenere l’Ungheria fuori dal conflitto -3-8.
La risposta di Bruxelles e l’alternativa croata
Di fronte a questa impasse, la Commissione Europea ha cercato di smontare punto su punto le rimostranze ungheresi, convocando una riunione tecnica d’urgenza con gli Stati membri. L’esecutivo comunitario, pur riconoscendo la necessità che l’Ucraina ripari al più presto l’oleodotto danneggiato, ha ribadito che “in questa fase, non vi è alcun rischio immediato per la sicurezza dell’approvvigionamento” dell’Unione -7. Il portavoce della Commissione ha infatti precisato che sia l’Ungheria che la Slovacchia dispongono di riserve strategiche di petrolio e, fatto ancor più rilevante, che esiste già un’alternativa operativa: l’oleodotto Adria, gestito dalla società croata Janaf, è in grado di soddisfare l’intero fabbisogno annuo delle raffinerie dei due Paesi, trasportando greggio non russo dal terminal croato -2. La Croazia, nel corso dell’incontro a Bruxelles, ha confermato la propria disponibilità e ha anzi segnalato l’arrivo imminente di nuovi carichi di petrolio, a dimostrazione che la via per scongiurare una crisi energetica, se non politica, esiste e funziona -7.
Lo scontro si fa aspro e coinvolge le forniture elettriche
La tensione, lungi dall’attenuarsi, ha invece innescato una pericolosa escalation a colpi di ritorsioni incrociate. La Slovacchia, dopo aver bloccato le esportazioni di gasolio verso l’Ucraina, ha annunciato l’interruzione delle forniture di emergenza di energia elettrica, legando a doppio filo la ripresa degli aiuti al ripristino del flusso di petrolio russo -2-5. Dal canto suo, Orban ha alzato ulteriormente la posta in gioco disponendo il dispiegamento di truppe a protezione delle infrastrutture energetiche ungheresi e l’istituzione di una zona vietata ai droni lungo il confine con l’Ucraina, evocando scenari quasi da minaccia militare diretta e parlando di un “blocco senza precedenti” dai risvolti politici, non tecnici -2. Una visione, quest’ultima, ribaltata dall’Ucraina: fonti diplomatiche a Kiev ricordano come Budapest non abbia mai protestato ufficialmente con Mosca per l’attacco che ha messo fuori uso l’oleodotto, puntando il dito esclusivamente contro l’Ucraina per i ritardi nella riparazione, ritardi dovuti, secondo Zelensky, ai continui bombardamenti russi che rendono pericoloso e umanamente costoso qualsiasi intervento -2-5.




