La Cassazione e quel veleno dimenticato: per Impagnatiello un nuovo processo ma l’ergastolo resta
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Redazione Interno
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Non cambierà la pena, eppure si torna a giudicare. Alessandro Impagnatiello, l’ex barman dell’Armani Café di via Manzoni a Milano, dovrà affrontare un nuovo processo d’appello. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, accogliendo la richiesta della Procura generale, per un motivo preciso: la mancata valutazione dell’aggravante della premeditazione. Un errore di forma, per così dire, commesso dai giudici di secondo grado – i quali avevano comunque confermato l’ergastolo – che ora va «sanato». Trentasette coltellate, undici delle quali inferte quando Giulia Tramontano era ancora viva, e cinque mesi di veleno per topi, somministrato di nascosto, spesso di notte, subito dopo la scoperta della gravidanza del piccolo Thiago. Una pianificazione, quella di Impagnatiello, che per i supremi giudici non può essere liquidata come un dettaglio secondario.
Il castello di bugie e le ricerche online: così si costruisce una premeditazione
«Ho costruito un castello di bugie in cui io stesso sono annegato». Lo dichiarò il 27 maggio 2024, rispondendo in aula al pm, quasi a cercare un’ombra di consapevolezza dentro l’abisso che aveva creato. Ma le prove, quelle parlate dai fatti, raccontano un’altra verità. Il veleno, un topicida che faceva contorcere la giovane ventinovenne per il male allo stomaco, veniva somministrato con regolarità. Le ricerche online – sul dosaggio, sugli effetti, su come procurarselo – rivelano una fredda determinazione. E poi l’arma, quella da cucina, brandita mentre lei era al settimo mese. Il bruciato nella vasca da bagno, a Senago, a pochi chilometri da Milano. Un omicidio, insomma, che non può dirsi improvvisato. Ecco perché la Cassazione ha rimandato tutto ai giudici di merito: perché valutino se quella «aggravante della premeditazione», caduta inspiegabilmente in appello, debba essere ripristinata.
Ergastolo già certo, ma l’aggravante cambia la natura del delitto
A guardare il conto finale, per Impagnatiello la pena resta l’ergastolo – con i tre mesi di isolamento diurno già disposti – e quindi nulla cambierà nel concreto della sua detenzione. E allora perché tutto questo accanimento procedurale? Perché l’aggravante non è un semplice accessorio: qualifica l’intenzione, il disegno criminoso, la capacità di programmare la morte di una persona incinta, del suo bambino non ancora nato. La premeditazione, in diritto, trasforma l’omicidio in qualcosa di più atroce. E la Cassazione, con questa decisione, ha voluto ribadire che nessun giudice può sorvolare su un elemento così centrale. Il nuovo processo d’appello – il secondo, dopo quello che aveva già confermato l’ergastolo – dovrà dunque colmare quella lacuna. Senza, però, poter toccare la misura della pena già inflitta.
Veleno, coltello e il grembo di Thiago: una crudeltà che la legge non può ignorare
Cinque mesi. È il lasso di tempo in cui Impagnatiello ha somministrato il veleno, approfittando della fiducia e della convivenza. Lo faceva di notte, quando lei dormiva, o quando si sentiva al sicuro da eventuali occhi indiscreti. Lo scoprì di essere incinta, Giulia, e quella notizia – invece di fermarlo – accelerò i suoi piani. Ucciderla per punirla, per non farla diventare madre, per cancellare una traccia scomoda. Trentasette fendenti, undici dei quali mortali mentre era ancora cosciente. Poi il tentativo di bruciare il cadavere, la fuga, le bugie agli investigatori. La Cassazione, con la sua ordinanza, non ha aggiunto una nuova condanna né modificato quella esistente. Ha solo detto: riaprite quel capitolo, leggetelo bene, perché qui non si tratta di un omicidio qualsiasi. Si tratta di un omicidio costruito giorno per giorno, con la lucidità di chi sa cosa fa. E questo, per la legge, non può restare senza una corretta qualificazione giuridica.




