Il paradosso di Impagnatiello: un nuovo processo (solo) per la premeditazione, ma l’ergastolo resta
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Redazione Interno
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La Cassazione, come spesso accade nei casi giudiziari più complessi e drammatici, ha scelto una strada che solo in apparenza appare contraddittoria: quella di annullare con rinvio la sentenza d’appello per Alessandro Impagnatiello, l’ex barman milanese già condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giulia Tramontano, ma limitando la propria censura a un solo, seppur decisivo, capitolo dell’accusa. E cioè la premeditazione. Un vizio procedurale, insomma, che i giudici di legittimità hanno rilevato nella motivazione della Corte d’Assise d’Appello, rea – secondo quanto stabilito dagli ermellini – di aver escluso senza adeguate giustificazioni l’aggravante più pesante, quella che trasforma un omicidio volontario in un delitto pianificato a sangue freddo. Trentasette coltellate, undici delle quali inferte quando la giovane era ancora viva, e cinque mesi di somministrazione clandestina di veleno: un arsenale letale che, nella ricostruzione della Suprema Corte, non può essere liquidato come frutto dell’improvvisazione.
Il veleno notturno e la gravidanza: gli elementi che inchiodano la premeditazione
La decisione, depositata nei giorni scorsi, parte da un assunto che la cronaca giudiziaria aveva già messo in luce fin dalle prime fasi delle indagini. Impagnatiello, stando alle carte processuali, aveva iniziato ad avvelenare Giulia Tramontano di notte, approfittando del sonno di lei, subito dopo aver saputo della gravidanza del piccolo Thiago. Un arco temporale lunghissimo – cinque mesi – durante il quale l’ex barman avrebbe potuto fermarsi, ripensarci, chiedere aiuto. Invece, secondo l’accusa, ha proseguito nel suo disegno criminoso, alternando dosi letali di sostanze tossiche a una violenza finale che non lascia scampo: trentasette coltellate sferrate in un contesto domestico, con la vittima al settimo mese. Per i giudici della Cassazione, questo lasso di tempo e la segretezza delle azioni (il veleno mesciuto nei bicchieri, le siringhe nascoste) costituiscono un quadro indiziario talmente solido da rendere illogica la decisione dei giudici di secondo grado, i quali avevano invece sostenuto che non vi fossero prove certe di una deliberazione antecedente al giorno del delitto.
L’appello bis: una partita chiusa in partenza?
Quel che appare paradossale, agli occhi di chi segue i meandri del diritto processuale, è l’effetto pratico di questa pronuncia. La Cassazione non ha infatti intaccato la pena dell’ergastolo con tre mesi di isolamento diurno, già confermata in appello nonostante l’esclusione dell’aggravante. La ragione è semplice: anche senza la premeditazione, il quadro delle aggravanti residue – la crudeltà, il vincolo di intimità, lo stato di gravidanza della vittima – era già ritenuto sufficiente a giustificare la massima pena. Dunque il nuovo processo d’appello, che si terrà davanti a una diversa sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano, avrà un compito molto circoscritto e, in qualche modo, accademico: dovrà «sanare» il vizio motivazionale, riconoscere o meno la premeditazione, ma senza che ciò possa modificare l’entità della condanna. Un’operazione che gli addetti ai lavori definiscono una «rettifica contabile» del ragionamento giuridico, più che una vera riapertura del dibattito sulla colpevolezza.
Un nuovo processo senza conseguenze sulla pena, ma con un peso simbolico enorme
Tuttavia, ridurre l’intera vicenda a una mera formalità tecnica sarebbe fuorviante. Perché il riconoscimento della premeditazione, in un caso come questo, ha un valore che trascende il calcolo delle aggravanti. Significa attribuire a Impagnatiello una capacità di pianificazione lucida e protratta nel tempo, che restituisce una narrazione giudiziaria molto diversa da quella dell’omicidio passionale o dell’esplosione improvvisa di violenza. I cinque mesi di avvelenamento, le dosi calibrate, la scelta di agire mentre Giulia dormiva, e infine l’aggressione con un’arma da taglio: tutto questo disegna il profilo di un uomo che, per i giudici di piazza Cavour, non ha mai smesso di uccidere dal momento in cui ha versato la prima dose di veleno. Il nuovo processo, dunque, non cambierà i fatti – Impagnatiello resterà in carcere a vita – ma potrà finalmente allineare la motivazione della sentenza alla mole di prove raccolte. E in un sistema come il nostro, dove la Cassazione non può mai entrare nel merito delle prove ma solo sindacare la logicità delle motivazioni, questo intervento rappresenta una lezione severa per i giudici d’appello: quando si esclude un’aggravante così grave, bisogna farlo con argomenti che reggano il peso delle evidenze. Qui, secondo la Suprema Corte, non è stato così.




