La Naacp invoca il 25esimo emendamento per rimuovere Trump: “Instabile”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’ombra del 25esimo emendamento, quello strumento costituzionale pensato per rimuovere un presidente dichiarato “incapace” di assolvere i propri doveri – una misura talmente estrema che nella storia americana è stata invocata solo in tre altre occasioni, e peraltro mai fino in fondo – si allunga nuovamente sulla Casa Bianca. A chiederne l’attivazione, con una urgenza che suona quasi come un ultimatum, non è un comitato di attivisti di base né una frangia marginale del partito democratico, bensì la National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), la più antica e influente associazione per la difesa dei diritti civili delle persone di colore negli Stati Uniti. La loro richiesta, che arriva in un clima politico già surriscaldato, si fonda su un accumulo di episodi e dichiarazioni presidenziali che, a loro dire, configurerebbero una chiara e pericolosa instabilità mentale del capo dello Stato.

Tra i fattori che hanno spinto l’organizzazione a invocare questa procedura d’emergenza, emergono tanto la retorica pubblica quanto i comportamenti privati di Trump. Si parla, ad esempio, di quella “post-truth” che sembra ormai aver sostituito ogni altra forma di comunicazione ufficiale: un linguaggio dell’Io così pervasivo da lasciare persino quattro astronauti allibiti nel corso di un evento ufficiale, dichiarazioni di vittoria pronunciate senza alcuna prova concreta che una vittoria – ammesso che in un contesto bellico o politico si possa davvero utilizzare un termine così assoluto – sia effettivamente stata conseguita. E poi, ancora, le ormai celebri sparate sulla Nato, l’annuncio che “ci serve la Groenlandia”, la nuova Ballroom della Casa Bianca presentata quasi come un trofeo personale, il silenzio tombale sugli Epstein File e le fibrillazioni riguardo al mancato Nobel, con i conseguenti capricci da bambino viziato.

La frattura interna al partito repubblicano

A gettare ulteriore benzina sul fuoco, contribuendo a legittimare – seppur indirettamente – i timori della Naacp, è stata proprio una figura un tempo tra le più fedeli al tycoon: Marjorie Taylor Greene. La deputata, che per anni ha rappresentato l’ala più oltranzista del trumpismo, ha rotto con il presidente in seguito allo scontro sulla pubblicazione degli Epstein files, arrivando persino a rassegnare le dimissioni. Nel suo attacco più duro, Greene ha profetizzato un “massacro” dei repubblicani alle prossime elezioni di metà mandato, attribuendo questa prevista débâcle proprio al “grave stato mentale” di Trump. Un’ammissione, la sua, che pesa come un macigno perché proviene da chi quel presidente lo ha difeso con gli artigli per anni.

Il tentativo fallito dei democratici alla Camera

Mentre la Naacp prepara il terreno per una battaglia legale e politica senza precedenti, a Capitol Hill si è consumato un altro episodio che dimostra la crescente fibrillazione delle istituzioni. Nel corso di una brevissima sessione definita “pro forma”, il deputato democratico del Maryland Glenn Ivey ha tentato di ottenere l’approvazione immediata di una risoluzione che mirava a imporre limiti netti ai poteri militari del presidente nei confronti dell’Iran. La norma, che avrebbe costretto la Casa Bianca a chiedere il via libera del Congresso prima di qualsiasi ulteriore azione militare contro Teheran, è stata però bocciata. Un fallimento, questo, che lascia intatti i margini di manovra di un presidente sempre più accusato di agire in solitudine.

La proposta di una commissione ad hoc

E non è tutto. Il dibattito sulla capacità di Trump di esercitare le sue funzioni è tornato così prepotentemente al centro dell’agenda politica che il deputato democratico Jamie Raskin – membro di rango della Commissione Giustizia della Camera – ha presentato una proposta di legge, sottoscritta da altri 50 colleghi di partito, per istituire una commissione indipendente. Quest’ultima, operando proprio ai sensi del 25esimo emendamento, avrebbe il compito di valutare l’idoneità del presidente in carica. Un passo che, sebbene ancora lontano da una concreta applicazione, trasforma un’ipotesi accademica in un’opzione procedurale concreta. L’associazione per i diritti civili, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di aspettare.

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