Accordo Usa-Iran, il memorandum in 14 punti e la benedizione del Papa: si apre una nuova fase

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La diplomazia internazionale, dopo settimane di trattative serrate e tensioni che hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso, si appresta a scrivere un nuovo capitolo nei rapporti tra Washington e Teheran. Gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell'Iran si preparano infatti a siglare un memorandum d'intesa, un accordo provvisorio destinato a gettare le basi per una pace duratura e che, nonostante le polemiche e le voci critiche che si sono levate da più parti, ha già ricevuto l'importante benedizione di Papa Leone XIV.

Il pontefice, al termine dell'udienza generale in piazza San Pietro, ha accolto con soddisfazione il raggiungimento dell'intesa, esprimendo la sua gratitudine verso quei Paesi che si sono spesi per favorire l'incontro tra le parti e definendo il risultato come il frutto di un paziente lavoro di dialogo e negoziazione. Una posizione, quella del Vaticano, che sottolinea l'importanza di un percorso diplomatico in un momento storico segnato da conflitti sanguinosi, come quello che continua a insanguinare l'Ucraina.

Il testo del memorandum e i 14 punti dell'intesa

Nonostante il documento non sia ancora stato reso pubblico ufficialmente, alcune testate internazionali, tra cui Bloomberg e Al Arabiya English, hanno avuto accesso a una bozza che ne svela i contenuti principali, articolati in quattordici punti che toccano le questioni più spinose del conflitto.

Fonti vicine al team negoziale iraniano, tuttavia, hanno già fatto sapere che il testo diffuso conterrebbe alcune inesattezze e omissioni, specificando che i termini dell'accordo verranno pubblicati solo dopo la firma ufficiale, prevista per venerdì 19 giugno a Lucerna, in Svizzera. La cerimonia, che si terrà nello scenario altamente protetto del Bürgenstock, vedrà la partecipazione del vicepresidente americano JD Vance e del presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf, i quali apporranno le loro firme digitali sul documento.

Il contenuto della bozza, se confermato, delineerebbe un quadro di impegni reciproci di vasta portata. Al centro dell'intesa vi è la dichiarazione, da parte di entrambi i Paesi e dei rispettivi alleati, della fine immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, includendo esplicitamente il Libano, e l'impegno a non intraprendere future azioni ostili.

Un punto fondamentale riguarda il ripristino del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, vitale per il commercio petrolifero mondiale: gli Stati Uniti si impegnano a revocare il blocco navale e a non ostacolare il transito delle navi iraniane, con l'obiettivo di riportare i volumi ai livelli prebellici entro un massimo di trenta giorni, mentre l'Iran si impegna a rimuovere gli ostacoli tecnici e le mine di propria competenza nella stessa finestra temporale.

Le clausole economiche e il nodo del nucleare

Uno degli aspetti che ha suscitato maggiore interesse, e non poche polemiche negli Stati Uniti, è la parte economica del memorandum. Il punto 6 della bozza prevede che gli Stati Uniti, insieme ai loro partner regionali, elaborino un piano globale per la riabilitazione e lo sviluppo economico dell'Iran, garantendo un finanziamento di almeno 300 miliardi di dollari.

Una cifra considerevole, che il presidente americano, Donald Trump, ha tuttavia smentito categoricamente in una recente dichiarazione, definendo ridicola la voce che parla di un investimento diretto di denaro americano in Iran e sottolineando che non vi sono obblighi in tal senso, nonostante il testo trapelato dica esplicitamente il contrario. La clausola, se venisse confermata, rappresenterebbe uno sforzo economico senza precedenti per ricostruire un Paese uscito devastato da una guerra, andando ben oltre il mero cessate il fuoco.

Sul fronte del programma nucleare, che è stato il casus belli originario e il punto di maggiore attrito, il memorandum stabilisce che l'Iran ribadisce il suo impegno a non produrre mai armi nucleari.

Le due parti hanno concordato di affrontare in un accordo definitivo il destino del materiale arricchito e tutte le altre questioni nucleari, comprese le "necessità nucleari" iraniane, ma nel frattempo è stato pattuito il mantenimento dello status quo, con Teheran che congela il suo programma e Washington che si impegna a non imporre nuove sanzioni o rafforzare il proprio dispositivo militare nella regione.

L'amministrazione americana si è inoltre impegnata a rilasciare deroghe per l'export di petrolio greggio e prodotti petrolchimici iraniani e a liberare i fondi e gli asset iraniani congelati, rendendoli disponibili per la Banca centrale iraniana, con l'obiettivo di allentare la morsa delle sanzioni che ha strozzato l'economia iraniana per anni.

Le reazioni e le critiche: una resa per gli Stati Uniti?

La bozza dell'accordo ha scatenato un acceso dibattito, soprattutto negli Stati Uniti, dove molti analisti e politici hanno letto le clausole come una ritirata strategica di Washington. Le critiche più feroci arrivano da chi definisce l'intesa una vera e propria resa, al punto che un articolo di Foreign Policy ha bollato la sconfitta come persino più dura di quella subita in Vietnam, un paragone che, per la sua carica simbolica, ha fatto il giro del mondo.

I detrattori sostengono che gli Stati Uniti abbiano ceduto su quasi tutti i punti, concedendo all'Iran un enorme pacchetto di aiuti e la revoca delle sanzioni in cambio di promesse sul nucleare che, in un accordo definitivo, potrebbero rivelarsi di difficile attuazione.

Le fonti dell'amministrazione americana, tuttavia, minimizzano la portata del linguaggio utilizzato nel memorandum, descrivendolo come un documento politico e volutamente vago per creare un ambiente favorevole ai negoziati e dare agli iraniani la possibilità di presentare il contenuto alla propria opinione pubblica interna come un successo.

La strada verso un accordo di pace stabile appare, in ogni caso, ancora lunga e irta di ostacoli. Il memorandum fissa un termine di sessanta giorni per raggiungere un'intesa definitiva su nucleare, sanzioni e ricostruzione, un periodo che si preannuncia denso di negoziati tecnici e reciproche diffidenze.

La mina vagante principale è rappresentata dal Libano, dove la questione del ritiro delle truppe israeliane rimane un nodo cruciale per Teheran, e le voci critiche, come quelle della Cina che ha definito la prossima fase dei negoziati tutt'altro che una passeggiata, confermano che la partita è solo all'inizio. L'accordo di venerdì, se da un lato chiude una fase di guerra aperta, dall'altro apre un capitolo altrettanto complesso, in cui la parola passa ora ai diplomatici e alla loro capacità di trasformare una tregua in una pace giusta e duratura.

Lo stesso Papa Leone XIV, nel suo intervento, ha espresso l'auspicio che l'accordo possa contribuire a rafforzare la fiducia reciproca e la stabilità in Medio Oriente, un obiettivo che appare ancora lontano ma che finalmente, dopo tanta violenza, sembra intravedibile all'orizzonte.

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