L'Iran è il vincitore, il Memorandum non reggerà: le parole di Chris Hedges

L'Iran è il vincitore, il Memorandum non reggerà: le parole di Chris Hedges
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   «L’Iran è il chiaro vincitore dell’Operazione Epic Fury. Gli Stati Uniti si trovano indiscutibilmente in una posizione più debole rispetto all’inizio della guerra». A dirlo con una chiarezza che non lascia spazio a interpretazioni è Chris Hedges, giornalista vincitore del premio Pulitzer nel 2002 e autore di Un genocidio annunciato (Fazi Editore), in un'intervista rilasciata a La Stampa.

Per Hedges, che ha seguito per anni i conflitti in Medio Oriente come corrispondere per il New York Times, la situazione attuale rappresenta l'ennesimo capitolo di una lunga serie di errori strategici americani; l'Iran, dal canto suo, ha saputo trasformare una guerra non provocata in un'occasione per rafforzare la propria influenza regionale, mentre gli Stati Uniti si trovano a dover fare i conti con un impegno militare che ha già bruciato circa 40 miliardi di dollari e che ha eroso il loro prestigio globale.

Il conflitto, iniziato con gli attacchi del 28 febbraio che hanno colpito duramente la leadership iraniana, ha finito per consegnare a Teheran il controllo di fatto sullo Stretto di Hormuz, un passaggio cruciale per i commerci mondiali di petrolio e gas, e ha spinto la nuova leadership, più radicale e vicina alle Guardie Rivoluzionarie, a imporre pedaggi fino a due milioni di dollari per ogni petroliera che attraversa lo Stretto.

Un memorandum che non regge

Secondo Hedges, il cosiddetto Memorandum d’intesa in 14 punti, firmato il 17 giugno tra Iran e Stati Uniti, non rappresenta affatto una vittoria per Washington, ma anzi una sostanziale resa. «L’attuale memorandum – spiega il giornalista – concede a Teheran molto di più di quanto offerto dall’Amministrazione Obama, in quanto si limita a ribadire l’impegno assunto dall’Iran nel 2015 di “non procurarsi né sviluppare armi nucleari”».

L'accordo, che prevede anche la creazione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell'Iran e la revoca delle sanzioni, lascia intatto il programma missilistico e gli impianti di arricchimento dell'uranio, limitandosi a chiedere una diluizione del materiale già prodotto.

Hedges sottolinea come il Memorandum, lungi dall'essere un trionfo diplomatico, cancella tutte le linee rosse che gli Stati Uniti avevano stabilito in passato e rappresenti un gigantesco passo indietro rispetto alla politica di contenimento; il fatto che Trump e Netanyahu rivendichino la vittoria è solo una propaganda che non tiene conto della realtà dei fatti, ovvero che l'Iran è oggi padrone del campo e che il suo controllo sullo Stretto di Hormuz gli permette di dettare le condizioni, come dimostra la proposta di Teheran che chiede la fine degli attacchi, il ritiro delle basi militari e lo sblocco dei beni congelati.

Hezbollah e il Libano: l'accordo che non passa

Il fronte libanese, teatro di scontri quotidiani tra Israele e Hezbollah, rappresenta l'altro grande banco di prova per gli equilibri regionali, e le notizie di queste ore confermano la fragilità degli accordi in corso.

Il presidente del Parlamento libanese, Nabih Berri, storico alleato di Hezbollah e leader del movimento Amal, ha dichiarato in modo perentorio che l'accordo quadro trilaterale negoziato tra Libano, Israele e Stati Uniti «non passerà e non verrà attuato nella sua forma attuale», definendolo «un accordo di imposizioni» che non tutela i diritti del Libano.

L'intesa, che subordina il ritiro israeliano al disarmo di Hezbollah, è stata respinta al mittente dal movimento sciita, che ha accusato l'esercito israeliano di aver violato il cessate il fuoco con attacchi su edifici residenziali a Nabatieh, Mayfadoun, Taybeh e Haddatha, dichiarando di «riservarsi il diritto di difendere la propria patria e il proprio popolo».

In un contesto già esplosivo, le parole di Berri e la mobilitazione dei sostenitori di Hezbollah, scesi in piazza per protestare contro un accordo firmato senza il loro coinvolgimento, rischiano di innescare una crisi politica interna di vaste proporzioni.

La trappola di Hormuz e il costo della guerra

Le dichiarazioni di Hedges e gli sviluppi sul campo dipingono il quadro di una guerra che ha cambiato radicalmente gli equilibri di potere, ma a un prezzo umanitario ed economico altissimo.

Secondo l'analisi del giornalista, il blocco dello Stretto di Hormuz attuato dall'Iran, che ha subito perdite devastanti tra cui l'assassinio della Guida Suprema e di altri alti funzionari, ha messo in ginocchio l'economia globale, con la Banca Mondiale che prevede un aumento del 31% del costo dei fertilizzanti e un prezzo del petrolio che potrebbe raggiungere i 200 dollari al barile se il conflitto dovesse proseguire.

Hedges definisce la guerra contro l'Iran come «la crisi di Suez di Washington», un momento di svolta che segna l'inizio della fine dell'impero americano in Medio Oriente, e non nasconde il suo scetticismo sul fatto che Trump possa riconoscere il fallimento e negoziare una via d'uscita.

L'Iran, dal canto suo, ha dimostrato di poter resistere ai colpi subiti e di avere le carte in mano per imporre la propria volontà, mentre Israele, secondo Hedges, continua a sabotare qualsiasi accordo per mantenere viva la tensione e tentare di trascinare gli Stati Uniti in un conflitto più ampio.

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