L’Iran atteso oggi al bivio della risposta, tra le clausole del memorandum Usa e la moratoria nucleare

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La finestra diplomatica, apertasi dopo settimane di stallo e di declamazioni bellicose, sembra essersi stretta fino a misurare appena ventiquattro ore. Secondo quanto riportato da fonti regionali citate dalla Cnn, Teheran dovrebbe consegnare oggi stesso ai mediatori – un ruolo che, in questo intricato gioco di specchi, è stato più volte rivendicato da Islamabad – la sua replica ufficiale alla proposta statunitense, un documento condensato in quattordici punti che ambisce a gettare le basi per la fine delle ostilità. Il presidente Donald Trump, da parte sua, ha alimentato un cauto ottimismo già nelle ore precedenti, parlando al termine di un’intervista di "colloqui molto positivi" intercorsi nelle ultime ore, ribadendo con tono tranchant che gli iraniani "vogliono fare un accordo" ma, al contempo, "non possono avere un'arma nucleare", un principio che la Casa Bianca pone come pietra angolare della trattativa.

I quattordici punti sul tavolo e il nodo della moratoria

Il pacchetto negoziale, la cui esistenza è stata confermata da diversi media statunitensi, prevede una roadmap articolata in cui convivono concessioni reciproche e clausole che Teheran ha già bollato come "inaccettabili" o, secondo voci vicine all’establishment, una vera e propria "lista dei desideri" occidentale. Il cuore del memorandum risiede nell’impegno dell’Iran a una moratoria sull’arricchimento dell’uranio, un punto sul quale le trattative hanno visto posizioni tradizionalmente distanti; se Washington avrebbe spinto per uno stop ventennale, indiscrezioni riportano una controproposta iraniana di cinque anni, con un possibile compromesso individuabile nella soglia dei quindici anni. In cambio del congelamento delle proprie attività nucleari sensibili – che includerebbe la disattivazione degli impianti sotterranei e l’abbandono delle scorte di uranio ad alta purezza –, al regime degli ayatollah verrebbe offerta una revoca graduale delle sanzioni economiche e lo sblocco di miliardi di dollari di asset congelati all’estero, senza dimenticare la riapertura al traffico commerciale dello Stretto di Hormuz.

Il quadro di sicurezza e la cronaca nera di Hormuz

In questo clima di attesa febbrile, lo scenario operativo sul campo rimane tuttavia segnato da schermaglie e sospetti reciproci, non ultimo l’episodio che ha visto protagonista una nave mercantile sudcoreana. L’imbarcazione, battente bandiera panamense, ha subito un’esplosione nel passaggio dello Stretto di Hormuz, un incidente che l’amministrazione Trump ha rapidamente associato a una "azione diretta" da parte delle forze iraniane. L’Iran, attraverso la propria ambasciata a Seul, ha prontamente "respinto fermamente e negato categoricamente" qualsiasi coinvolgimento nell’accaduto, cercando di scagionarsi da quelle che definisce "false dichiarazioni" finalizzate a influenzare l’esito dei negoziati. A complicare ulteriormente il puzzle energetico, funzionari iraniani hanno confermato l’avvio delle operazioni di ripristino degli impianti petroliferi e del gas danneggiati durante il conflitto; un lavoro, questo, che la Bce stima richiederà tempi lunghi, data la portata dei danni subiti da quelle infrastrutture chiave per l’economia nazionale.

Voci contrastanti e l’effetto mediatico della dichiarazione trumpiana

Mentre i canali diplomatici restano in attesa di un "sì" o di un "no" che appare ormai imminente, le dichiarazioni pubbliche dei due fronti continuano a viaggiare su binari paralleli, alimentando quella nebbia informativa tipica delle fasi più delicate della diplomazia. Da un lato, Trump ha utilizzato i media – e in particolare la tv pubblica PBS – per rivendicare progressi sostanziali, arrivando a ipotizzare una finestra temporale di una settimana per la chiusura della pratica prima del suo viaggio a Pechino. Dall’altro lato, invece, i vertici politici e militari iraniani mantengono una linea di fermezza pubblica: il presidente del Parlamento, Ghalibaf, ha dichiarato che "il popolo iraniano preferisce morire piuttosto che arrendersi", pur ammettendo che la proposta è al vaglio. Una fonte vicina ai Pasdaran ha infine rivelato che, nonostante la retorica aggressiva, la bozza "verrà valutata", e la risposta sarà comunicata tramite il canale pakistano, lasciando intendere che, sotto la superficie, il braccio di ferro è tutt’altro che chiuso.

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