Piazza Affari affonda con banche e Prysmian, la guerra in Iran scuote i mercati

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’avvio di settimana per i mercati azionari del Vecchio continente si tinge di un rosso particolarmente acceso, e Piazza Affari, in questa dinamica, non fa certo eccezione, anzi, si colloca tra le piazze finanziarie più penalizzate da un contesto geopolitico che, complice l’escalation del conflitto in Iran, ha riportato il prezzo del petrolio ben oltre la soglia psicologica dei cento dollari al barile. L’indice Ftse Mib, dopo aver toccato un minimo di 42.862 punti, si è portato a metà mattinata attorno a quota 43.400, ma il dato più significativo, al netto delle oscillazioni infraday, rimane la perdita secca del 2,6% registrata in apertura, con un paniere di titoli in cui le vendite si sono abbattute in modo indiscriminato su più settori.

Se si osserva il listino principale, ciò che balza all’occhio è la debolezza diffusa, una pressione ribassista che non risparmia nessuno, ad eccezione di qualche isolato Titolo come Nexi, capace di tentare un rimbalzo tecnico grazie al giudizio positivo di alcuni analisti, e Leonardo, che pure si mantiene in territorio positivo. Per il resto, è un massacro. Le banche, come spesso accade in fasi di turbolenza legate al rischio geopolitico e al conseguente aumento dello spread, sono tra le principali vittime: Unicredit e Banca Popolare di Sondrio cedono terreno in modo sostanziale, e con loro tutto il comparto, trascinando verso il basso l’intero indice. E poi c’è Prysmian, che si conferma tra i peggiori del Ftse Mib, con un calo che in alcuni momenti della seduta ha superato abbondantemente i quattro punti percentuali.

La tempesta perfetta tra caro petrolio e successione in Iran

Ma cosa sta alimentando questa ondata di vendite che non risparmia neppure i listini asiatici, con Tokyo che ha visto il Nikkei cedere oltre il cinque per cento, e le altre piazze del Pacifico seguire a ruota con cali a doppia cifra per Taiwan e la Corea del Sud? La risposta, per quanto complessa, affonda le sue radici in una combinazione micidiale di fattori. Da un lato, l’impennata del greggio, con il Wti che ha toccato punte di rialzo vicine al quindici per cento, alimenta il timore di uno shock inflazionistico che potrebbe costringere le banche centrali, a partire dalla Bce, a rivedere le proprie strategie di politica monetaria; dall’altro, la notizia della nomina del figlio dell’ayatollah Khamenei a nuova guida suprema dell’Iran non fa che accrescere l’incertezza sulla durata del conflitto, facendo presagire una stabilizzazione tutt’altro che imminente.

Il mercato, si sa, non ama l’imprevedibilità, e la prospettiva di un conflitto prolungato in Medio Oriente, unita alla possibilità di ulteriori attacchi alle infrastrutture petrolifere, spinge gli investitori a correre ai ripari. Lo spread tra Btp e Bund, in questo senso, è un termometro fin troppo preciso della febbre che attanaglia il debito pubblico italiano: il differenziale ha superato quota ottanta punti base, con il rendimento del decennale italiano che ha sfiorato il 3,7%, un livello che non si vedeva da tempo e che rende più oneroso il finanziamento del debito, gravando ulteriormente sul sentiment degli operatori.

Il settore energetico resiste, bancari e industriali nel mirino

In un contesto di forte avversione al rischio, pochi sono i titoli che riescono a sottrarsi alla morsa delle vendite. Se le banche, come detto, soffrono per il combinato disposto tra temuta stretta monetaria e recessione, e Prysmian paga dazio per la sua esposizione al settore delle forniture elettriche, particolarmente sensibile alle ripercussioni del conflitto iraniano secondo un report di Ubs, dall’altro lato c’è chi, paradossalmente, trae beneficio da questa situazione. Eni, ad esempio, viaggia in controtendenza, seppur con un rialzo contenuto, sostenuta dal rally del greggio che fa lievitare il valore degli idrocarburi. Anche Saipem, che opera nel settore dei servizi petroliferi, riesce a mantenersi a galla in un mare tempestoso.

Ma al di là delle singole performance, ciò che colpisce è la violenza del sell-off che ha coinvolto i listini europei nel loro complesso, con Francoforte, Parigi e Madrid che hanno aperto con perdite ben superiori ai due punti percentuali, allineandosi al trend negativo già registrato nelle ore precedenti dai mercati asiatici. Il gas naturale, intanto, vola sui massimi dal 2022, superando i 62 euro al megawattora ad Amsterdam, un’ulteriore mazzata per le economie del continente, fortemente dipendenti dalle importazioni energetiche e ora costrette a fare i conti con una bolletta destinata ad aggravarsi.

L’ombra dell’inflazione e le possibili mosse della Bce

A complicare il quadro, già di per sé fosco, ci pensano le aspettative sul fronte dei tassi di interesse. Se fino a pochi giorni fa il mercato scontava un solo intervento della Banca centrale europea entro l’anno, l’impennata del petrolio – che alimenta la corsa dei prezzi – ha portato gli analisti a rivedere le stime: ora si parla di due possibili rialzi da venticinque punti base ciascuno, con il primo già atteso entro giugno. Sarebbe un colpo di scena non da poco, considerando che solo poche settimane fa si discuteva di un allentamento della politica monetaria.

Il rischio di stagflazione, quel mix micidiale di stagnazione economica e inflazione galoppante, torna a fare capolino nei radar degli investitori, e la reazione dei listini, in questo lunedì nero, non è che il riflesso condizionato di chi, vedendo aumentare l’incertezza, preferisce uscire di scena in attesa di capire quale direzione prenderà il conflitto e, di conseguenza, quale sarà l’impatto reale sulle economie occidentali. L’unica certezza, al momento, è che il barile continua a salire e che le borse, da Tokyo a Milano, ne stanno pagando lo scotto.

Description: Piazza Affari apre in forte calo, transita sotto i 43.000 punti. Sell-off su banche e Prysmian per la guerra in Iran e il petrolio sopra i 100 dollari. Vola lo spread.

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