Allarme telefonate e truffe dall’estero: il filtro anti-spoofing sposta il bersaglio sui prefissi internazionali

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Roma. Se fino a pochi mesi fa il cittadino italiano poteva almeno difendersi sospettando di un numero che – pur mostrandosi familiare con il prefisso di Roma o Milano – celava in realtà una centrale operativa insediata in un paese extracomunitario, oggi il fronte della guerra contro le telefonate fraudolente ha cambiato radicalmente posizione. Dal 19 novembre 2025, quando l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha reso operativa la seconda fase del filtro anti-spoofing estendendolo anche ai numeri mobili, gli operatori nazionali – Tim, Vodafone-Fastweb, WindTre e Iliad – hanno letteralmente sbarrato la porta a milioni di tentativi di inganno quotidiani; i primi dati Agcom parlano di una media di 7,46 milioni di chiamate bloccate al giorno, con picchi in cui il 90% del traffico in arrivo da certe numerazioni veniva impietosamente cestinato prima ancora di disturbare la quiete domestica degli abbonati -3-7. Eppure, mentre la barriera tecnologica iniziava a funzionare, i malintenzionati – coloro che affittano server all’estero e sfruttano software di composizione automatica – hanno semplicemente spostato il tiro: non potendo più fingere di chiamare da un cellulare italiano, hanno smesso di mascherarsi.

Il risultato, paradossale solo in apparenza, è sotto gli occhi di chiunque abbia uno smartphone e lo tenga acceso durante l’orario di lavoro. I prefissi esteri, un tempo accuratamente celati per non insospettire la potenziale vittima, tornano ora prepotentemente in primo piano: +44 dal Regno Unito, +46 dalla Svezia, +40 dalla Romania, +34 dalla Spagna e, nelle ultime settimane, una vera e propria ondata di contatti provenienti dalla Danimarca con il prefisso +45 hanno cominciato a invadere i display -9-10. Si tratta di un’evoluzione del fenomeno che gli esperti di sicurezza informatica avevano previsto già nelle ore immediatamente successive all’entrata in vigore della delibera 106/25/CONS, quando l’Agcom stessa aveva avvertito che lo spoofing – depotenziato sulle linee italiane – si sarebbe inevitabilmente riversato sulle numerazioni internazionali, le quali, allo stato attuale del quadro normativo, non possono essere sottoposte a filtro preventivo generalizzato -3.

Ciò che rende insidioso questo nuovo assalto è la sua natura proteiforme. Non esiste, infatti, un singolo schema criminoso riconoscibile a colpo d’occhio, bensì una galassia di tecniche che spaziano dalla vecchia truffa Wangiri – quella della cosiddetta “squillata” che cade dopo un solo secondo, invitando la vittima a richiamare un numero a tariffazione speciale – fino a messaggi preregistrati che prospettano opportunità lavorative inesistenti o finti problemi contrattuali -10. In molti casi, come documentano le segnalazioni raccolte negli ultimi giorni, la telefonata dal prefisso danese si limita a un silenzio assordante o a una voce metallica, palesemente generata da intelligenza artificiale, che invita a premere un tasto per parlare con un fantomatico operatore: a quel punto, se l’utente abbocca, inizia la vera e propria estorsione di dati personali, credenziali bancarie o, più banalmente, il trasferimento della chiamata verso numeri a sovrapprezzo che prosciugano il credito residuo in pochi minuti -10.

La Polizia Postale, insieme alle omologhe autorità europee, combatte questa guerra asimmetrica con gli strumenti limitati della catalogazione e della segnalazione; l’elenco dei numeri pericolosi, che qualche settimana fa le autorità tedesche hanno aggiornato includendo prefissi come 01516 2768541 o 040 756747910, rappresenta una bussola utile ma inevitabilmente parziale, poiché i truffatori cambiano numerazione con una frequenza che rende vano qualsiasi tentativo di blacklist esaustiva -1. L’unica difesa realmente efficace, pertanto, rimane affidata alla consapevolezza individuale e ad alcuni accorgimenti tecnici che gli operatori telefonici mettono a disposizione della clientela: la possibilità di bloccare l’intero traffico vocale proveniente da determinate aree geografiche, per esempio, è un’opzione che molti ignorano e che invece consentirebbe di azzerare il problema per chi non ha parenti o colleghi in Svezia o in Danimarca -9.

Parallelamente all’esplosione delle chiamate con prefisso internazionale autentico, peraltro, gli investigatori registrano una preoccupante tenuta delle truffe condotte via spoofing domestico, quelle cioè che utilizzano numeri italiani – spesso intestati a ignare vittime o del tutto fittizi – per colpire senza valicare i confini nazionali. Il caso portato alla Procura di Milano da Iliad, con il suo dipendente raggirato da una chiamata che sembrava provenire dall’interno della stessa azienda, ha messo in luce come il vero business model della filiera fraudolenta non sia tanto la singola telefonata quanto la generazione e la vendita di contatti qualificati: società di lead generation che raccolgono illegalmente dati, preferenze e profili comportamentali, per poi rivenderli a operatori di teleselling formalmente in regola con il Registro degli Operatori di Comunicazione -6-8. Questi ultimi, agendo in apparenza nella piena legalità, perfezionano contratti di fornitura energetica o telefonica che il malcapitato non ha mai sottoscritto, e che solo con grande fatica – e spesso solo dopo l’intervento di associazioni dei consumatori – possono essere annullati.

I numeri fantasma e la doppia verifica del roaming

Il meccanismo tecnico che presidia il filtro Agcom, infatti, non si limita a una generica interdizione dei prefissi esteri; esso opera attraverso una rigorosa procedura di accertamento che verifica, in tempo reale, l’effettiva esistenza del numero chiamante, la sua assegnazione a un operatore attivo e – condizione cruciale per i mobili – la contestuale attivazione del servizio di roaming internazionale -4-9. Se un utente italiano con numero Tim o Vodafone si trova fisicamente a Londra, la sua chiamata verso casa viene regolarmente inoltrata; se invece quel medesimo numero, pur risultando tecnicamente attivo, non risulta in roaming, allora significa che qualcuno lo ha falsificato per trarre in inganno il destinatario. In quel caso la comunicazione cade nel nulla, intercettata e distrutta dagli algoritmi degli operatori. Un sistema sofisticato, certo, ma che presenta un tallone d’Achille evidente: esso nulla può contro le chiamate che – pur provenendo dall’estero – esibiscono con onestà la loro bandiera straniera.

Le app di filtering e la strategia del blocco preventivo

Di fronte a questa migrazione dei flussi truffaldini verso i prefissi internazionali, la risposta più razionale si articola su due livelli distinti. Da un lato, l’utilizzo di applicazioni di terze parti – Truecaller su tutte, ma anche Hiya o l’italiana Dovrei Rispondere – che incrociano i numeri in entrata con database collettivi aggiornati dagli stessi utenti, segnalando in tempo reale la natura sospetta o fraudolenta del contatto -5. Dall’altro, l’adozione di una disciplina personale ferrea: non rispondere mai a numeri sconosciuti con prefisso estero, non richiamare in nessuna circostanza i contatti persi che provengano da Paesi con i quali non si intrattengono rapporti abituali, e diffidare sistematicamente di qualsiasi operatore umano o robotizzato che richieda – sotto la pressione di una finta urgenza – la digitazione di tasti, la comunicazione di codici di accesso o la conferma di dati bancari -5-10.

Le cronache giudiziarie degli ultimi mesi, del resto, hanno consegnato agli archivi decine di procedimenti penali a carico di call center illegali e decine di migliaia di euro sottratti a pensionati e professionisti; il caso del sessantenne genovese che ha perso trentanovemila euro dopo una telefonata da un falso maresciallo dei Carabinieri è emblematico di come la falsificazione dell’identità istituzionale rappresenti il grimaldello più efficace per scardinare anche le diffidenze meglio addestrate -6.

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