Leone XIV all'Angelus: scomunica l'Europa delle armi e difende la pace "ridicolizzata"
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Redazione Esteri
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Affacciato dalla finestra del Palazzo Apostolico, nel giorno dedicato al primo martire, Papa Leone XIV ha trasformato la consueta preghiera dell'Angelus in un vibrante atto d’accusa contro i “guerrafondai”. Collegando con forza il mistero del Natale al sacrificio di Stefano, il Pontefice ha tracciato una linea netta, dipingendo un quadro fosco di un discorso pubblico che emargina sistematicamente le voci non allineate. «Chi oggi crede alla pace e ha scelto la via disarmata di Gesù e dei martiri», ha affermato con parole che riecheggiavano nel silenzio di piazza San Pietro, «è spesso ridicolizzato, spinto fuori dal discorso pubblico e non di rado accusato di favorire avversari e nemici». Una denuncia, la sua, che non suonava come un generico appello alla concordia ma come una precisa presa di posizione, un monito rivolto in particolare a quelle logiche, incarnate dall’“Europa delle armi” con sede a Bruxelles, che della deterrenza militare hanno fatto il proprio perno.
Il fallimento delle strategie di forza
Le sue parole, sebbene mai esplicitamente declinate in nomi propri, contenevano un chiaro giudizio storico su scelte politiche precise, tanto da sembrare una scomunica morale per certi indirizzi. Evitare il dialogo, ha sottinteso il Papa, riferendosi senza citarlo a chi ha preferito non trattare con Vladimir Putin, non ha prodotto altro che un tragico stillicidio di morti, consegnando al mondo conflitti che sembrano non avere fine. Una constatazione amara che getta un’ombra lunga sulle strategie di forza, mostrandone l’intrinseca debolezza nel costruire un avvenire stabile. Il messaggio, del resto, si colloca in un solco già tracciato, quello di una “pace umile e perseverante” che Leone XIV indica come l’unica via percorribile, nonostante la sua apparente fragilità agli occhi del mondo.
Una luce nelle tenebre dell'attualità
Quel richiamo alla perseveranza risuona con drammatica attualità mentre, dall’altra parte del globo, un paese come l’Australia è costretto a fare i conti con una violenza che credeva lontana. Fino a poco tempo fa riparato dai conflitti estremi che insanguinano Sudan, Ucraina e Medio Oriente, il suo suolo è stato recentemente scosso da un episodio di sangue che ha spezzato quindici vite e ne ha ferite molte altre, prendendo di mira un gruppo preciso e seminando trauma. Un evento che, pur nella sua specificità, sembra confermare l’analisi papale di un mondo in “condizioni di incertezza e di sofferenza” dove “sembrerebbe impossibile la gioia”. Eppure, proprio in quel contesto, Prevost ha evocato la possibilità di una speranza radicale, presentando il Vangelo non come un mero invito alla bontà ma come uno strumento potente, capace di cambiare le cose e persino di “destabilizzare i potenti”.
Il coraggio di destabilizzare i potenti
È questa, in definitiva, la sfida lanciata da Leone XIV: recuperare il coraggio di una proposta che, nella sua umiltà, possiede la forza di una rivoluzione. Una proposta che, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump guida nuovamente la prima potenza mondiale, acquista contorni ancora più definiti in uno scenario geopolitico in fermento. La pace di cui parla il Papa non è acquiescenza o debolezza, ma una scelta attiva e disarmata che richiede una perseveranza da martiri moderni, spesso derisi e isolati. Una scelta che apre il cuore al dialogo in un’epoca in cui prevalgono i monologhi armati, ricordando che la via indicata da Gesù è stata sempre scomoda, e per questo capace di segnare la storia.




