Leonardo Chiariglione: «Ho inventato l'Mp3. Ora a Torino non si brevetta più»
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Redazione Economia
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La città che fu la culla di alcune tra le invenzioni più iconiche del Novecento, dal primo personal computer al mondo alla macchina per il caffè espresso, sembra aver smarrito il proprio slancio creativo. Secondo i dati riportati dal Corriere della Sera, i brevetti depositati a Torino sono infatti crollati da 10.700 richieste nel 2019 a sole 6.700 nel 2025, un dimezzamento che dipinge un quadro preoccupante per il capoluogo piemontese nonostante il recente Titolo di "Capitale europea dell'innovazione 2024". Una dinamica, questa, che riflette fedelmente il declino nazionale, con l'Italia che per la prima volta è uscita dai primi dieci Paesi per invenzioni registrate presso l'ufficio brevetti europeo di Monaco, registrando un calo del 4,5% solo nel 2024.
La diagnosi senza peli sulla lingua di un padre dell'innovazione
A fornire una spiegazione netta e diretta di questo fenomeno è Leonardo Chiariglione, 82 anni, una delle figure cardine dello sviluppo tecnologico europeo, che nei laboratori torinesi del Cselt contribuì in modo decisivo alla nascita dello standard Mp3. «Sono diminuiti i brevetti a Torino? Il motivo è molto semplice», afferma Chiariglione, puntando il dito contro «le multinazionali che lasciano il territorio», citando espressamente il caso emblematico di Telecom e della chiusura del centro di ricerca Cselt. Un atteggiamento, secondo lui, che svela una verità strutturale più ampia: «Stiamo diventando un paese con stipendi bassi che fa viti e bulloni». Una frase che racchiude la percezione di un arretramento verso un'economia a basso valore aggiunto, lontana anni luce dagli ambienti di ricerca avanzata dove nacquero rivoluzioni come quella della compressione audio digitale.
La fuga dei cervelli e un ecosistema che non trattiene
Sulla stessa linea si colloca l'analisi di Roberta Cortese, esperta con trent'anni di attività nel campo delle risorse umane e della proprietà intellettuale. La professionista descrive una «città anziana e con le mani sporche di grasso», dove i giovani sono costretti a cercare altrove migliori opportunità e retribuzioni. Secondo Cortese, alla base del problema non vi sarebbe solo la mancanza di investimenti da parte dei capitali locali, ma anche una scarsa capacità di attrarne di nuovi, unita a una carenza di sinergia e di volontà politica nel promuovere un reale cambiamento di rotta. Un mix di fattori che, nel suo insieme, ha eroso la storica nomea di Torino come fucina di menti inventive.
Un declino che interroga il futuro del tessuto produttivo
Il calo dei brevetti non è quindi un mero dato statistico, ma un indicatore potente della salute dell'ecosistema dell'innovazione, il quale, privato dei centri di ricerca delle grandi aziende e incapace di trattenere o attrarre talenti, fatica a generare quel capitale intellettuale che si traduce in proprietà industriale. La chiusura di realtà come il Cselt ha rappresentato, in questo senso, una ferita profonda, simbolo di un disimpegno che ha privato il territorio di un motore fondamentale per lo sviluppo tecnologico. Il risultato è una città, e più in generale un Paese, che arranca nella corsa globale per l'innovazione, mentre il numero delle domande di brevetto continua a contrarsi, lasciando intravedere le ombre di un futuro economico sempre meno legato alla ricerca e allo sviluppo di nuove tecnologie.




