La guerra arriva alle pompe di benzina russe
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Redazione Esteri
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Per anni il Cremlino ha costruito la propria narrazione su una menzogna fondamentale: la guerra sarebbe stata lontana, controllata, quasi invisibile per il cittadino russo comune. Una "operazione speciale" da seguire in televisione, tra comunicati trionfali, mappe manipolate e talk show in cui la sofferenza degli ucraini veniva trasformata in materiale propagandistico. Ma le guerre, soprattutto quelle coloniali e di aggressione, hanno una caratteristica che Mosca conosce bene e finge di ignorare: prima o poi tornano indietro.
Il passare del tempo rende sempre più improbabile il raggiungimento dell'obiettivo per la guerra in Ucraina, mai dichiarato esplicitamente da Vladimir Putin, se non si considera tale l'espressione enigmatica della "eliminazione delle radici profonde della guerra", che costituisce in realtà il segreto di Pulcinella, perché è chiaro come il conflitto stia ormai mordendo la coda, con il fronte che non si limita più alle regioni occupate, ma si allarga fino a colpire il cuore pulsante dell'economia e della logistica russa.
La penisola contesa e il razionamento
Il segnale più chiaro di questa nuova fase è arrivato dalla Crimea, territorio annesso nel 2014 e da sempre considerato da Mosca un simbolo identitario e un avamposto militare strategico. Da oggi, come annunciato da Sergey Aksyonov, il capo dell'amministrazione filorussa, le stazioni di servizio della penisola hanno sospeso le vendite a cittadini e imprese, vietando pagamenti in contanti, con carte e persino l'utilizzo di buoni carburante.
La distribuzione è riservata esclusivamente agli enti statali ritenuti essenziali per garantire il "funzionamento" e la "sicurezza" della regione. La misura rappresenta il culmine di una crisi maturata a fine maggio, quando erano già stati imposti tetti agli acquisti, con un massimo di 20 litri a persona per la AI-92 e severe limitazioni per la AI-95, e che ora è sfociata in un blocco totale che ha di fatto paralizzato la mobilità dei civili.
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha riconosciuto la gravosità della situazione, un'ammissione che testimonia il livello critico raggiunto e che suona come una sconfitta politica per un'impalcatura di potere che ha sempre fatto della forza e dell'inviolabilità del proprio territorio uno dei suoi pilastri. La decisione dirottare ogni goccia di carburante verso gli apparati di sicurezza invia un messaggio inequivocabile alla popolazione: la guerra ha bussato alle porte della Crimea e la priorità militare ha ormai soppiantato ogni parvenza di normalità civile.
La strategia dei droni e il collasso delle raffinerie
All'origine di questo collasso non c'è un incidente o una crisi congiunturale, ma una precisa strategia militare ucraina: la campagna di attacchi con droni contro la catena logistica russa. Dal bombardamento di terminal petroliferi e raffinerie ai colpi inferti ai depositi nell'area di Kerch e alle infrastrutture nella regione di Krasnodar, Kiev ha interrotto la continuità dei flussi verso la penisola. Ma il fenomeno è molto più ampio e riguarda l'intero apparato energetico della Federazione Russa.
Secondo i dati raccolti da Reuters, la carenza di carburante è stata segnalata in circa una dozzina di regioni russe, con conferme ufficiali che arrivano non solo dalla Crimea, ma anche da due regioni della Siberia. Gli attacchi più recenti hanno colpito la raffineria Taneco a Nizhnekamsk, gestita da PJSC Tatneft, e la raffineria di Mosca (MNPZ), di proprietà di Gazprom Neft, che fornisce fino al 40% del carburante della capitale e circa il 70% della benzina consumata a Mosca e nella regione circostante.
La capacità di lavorazione di quest'ultimo impianto supera i 12 milioni di tonnellate di petrolio all'anno, e la sua messa fuori uso, seppur temporanea, ha creato un vuoto difficile da colmare.
A dimostrazione della portata dell'emergenza, Tatneft ha introdotto restrizioni temporanee sulla vendita di carburante in tutta la Russia, limitando gli acquisti da 20 a 30 litri a seconda della regione, mentre il governo ha esteso il divieto di esportazione di benzina per i produttori fino alla fine di luglio per privilegiare il mercato interno durante il periodo estivo di alta domanda.
L'umiliazione delle importazioni via mare
L'atto più eclatante, e forse umiliante, per Mosca è rappresentato dalla decisione di importare benzina via mare. Uno dei maggiori esportatori mondiali di energia è stato costretto a ricorrere al mercato estero per tamponare le proprie emergenze. Secondo quanto riferito da quattro fonti del settore a Reuters, la Russia prevede di ricevere questo mese un carico di benzina attraverso uno dei suoi porti occidentali, con il carburante che dovrebbe provenire da un paese asiatico non meglio specificato.
I volumi e i fornitori rimangono al momento sconosciuti, ma si tratta di una misura eccezionale che sottolinea la fragilità del sistema di approvvigionamento interno. Già lo scorso anno Mosca aveva valutato questa possibilità, ma la produzione interna era risultata sufficiente. Nel 2026, invece, la situazione è radicalmente cambiata.
La dipendenza da forniture esterne rischia di rivelarsi un boomerang anche per i costi e la logistica, tanto che alcuni analisti citati dalle stesse fonti definiscono queste importazioni una soluzione tampone, improbabile che possa garantire volumi significativi. Parallelamente, la Russia ha già importato carburante dalla Bielorussia e in passato aveva valutato piccoli volumi dal Kazakistan, ma nessuno dei due paesi sembra avere capacità di riserva sufficiente a sostenere Mosca in una crisi di approvvigionamento più profonda.
Il prezzo della guerra per i cittadini
Le ripercussioni sulla vita quotidiana sono pesantissime e iniziano a farsi sentire anche al di fuori delle zone di guerra. L'azzeramento dell'offerta in Crimea ha favorito la nascita di un mercato parallelo, dove la benzina ha raggiunto prezzi fino al doppio di quelli ufficiali. Alcuni residenti tentano di aggirare il blocco trasportando fino a 100 litri di combustibile oltre il ponte dalla Russia, una pratica pericolosa e che denota un senso di abbandono da parte dello Stato.
A subire il contraccolpo maggiore è il turismo: alle porte della stagione estiva, le prenotazioni alberghiere in Crimea sono crollate di quasi l'80%, e nel tentativo di limitare le cancellazioni, diversi albergatori sono arrivati a offrire "bonus benzina" per attirare una platea di visitatori che lo scorso anno era stata stimata in circa 7 milioni. Il problema non è solo logistico, ma anche economico: secondo Rosstat, dall'inizio dell'anno i prezzi del carburante sono aumentati circa una volta e mezza più velocemente dell'inflazione generale.
La narrazione del Cremlino, che per anni ha raccontato di una guerra "lontana" e senza conseguenze per i russi, si infrange contro la realtà di automobilisti in coda alle pompe di benzina e di un governo costretto a chiedere aiuto all'estero per un bene di prima necessità prodotto in abbondanza sul proprio territorio. E se la guerra arriva alle pompe di benzina, significa che la guerra è ormai entrata nelle case, nei portafogli e nella quotidianità di un popolo che, fino a ieri, poteva ancora illudersi di essere uno spettatore.




