Il ritorno di Antonia, l’unica sopravvissuta alla strage di Paupisi, tra la gioia privata e il dolore di una comunità
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Redazione Interno
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Sei mesi dopo quella notte di fine settembre in cui la sua vita e quella della sua famiglia sono state spezzate dalla furia omicida del padre, Antonia Ocone è tornata a casa. La diciassettenne, unica sopravvissuta alla strage di Paupisi, ha lasciato nei giorni scorsi l’istituto Neuromed di Pozzilli, dov’era ricoverata in gravissime condizioni, per fare ritorno nel suo paese, in provincia di Benevento. Ad accoglierla, fuori dall’abitazione della zia Marisa, che ora la ospiterà, non c’erano soltanto i parenti più stretti ma anche il sindaco Salvatore Coletta e una folla silenziosa e partecipativa. Un abbraccio collettivo, lo hanno definito in molti, che ha cercato di avvolgere il dolore della ragazza con un calore umano che prova a fare da contraltare all’orrore di quei momenti. Antonia, che ha dovuto sottoporsi a delicati interventi di ricostruzione cranica e a un lungo percorso riabilitativo per recuperare l’uso della parola e le funzioni motorie – cammina ancora con qualche difficoltà, ma è autosufficiente – ha ringraziato con un filo di voce e un sorriso commosso, dicendo poche semplici parole: “Grazie a tutti per essermi vicina”.
La ferita, però, è ancora troppo profonda e il percorso per tornare a una parvenza di normalità è appena iniziato. Il fratello maggiore, Mario, che quella notte era lontano per lavoro e che in questi mesi non ha mai smesso di farle da scudo e da tramite con il mondo esterno, ha raccontato ai microfoni di “Dentro la notizia” su Canale 5 i progressi della sorella, ma anche la complessità di un dolore che non accenna a placarsi. “Si sta riprendendo sia a livello motorio che cognitivo”, ha spiegato Mario, “e si spera possa migliorare ancora di più”. Il suo sguardo, incrociato per la prima volta dopo il risveglio dal coma, è stato per lui più eloquente di qualsiasi parola: “È bastato il suo sguardo e il suo sorriso per farmi capire tutto, per farmi capire l’emozione che aveva nel vedermi”. Ma accanto alla gioia per il ritorno a casa di Antonia, c’è la consapevolezza di un vuoto incolmabile e la necessità di fare i conti con quanto accaduto. Una ferita che riguarda anche il rapporto con il padre, Salvatore Ocone, attualmente detenuto. Mario ha ammesso di aver provato molta rabbia in questi mesi, una rabbia che ora lascia spazio a una cauta speranza per il futuro, ma che gli impedisce ancora di varcare la soglia del carcere. “Per adesso non è mio padre, per ora è Salvatore”, ha dichiarato con una durezza che è tutta la misura del suo strazio, rivelando inoltre un dettaglio agghiacciante: in cantina, tra gli oggetti di famiglia, sono state trovate delle fotografie con le teste di tutti e quattro i componenti della famiglia ritagliate.
Le indagini hanno da tempo ricostruito la dinamica di quella notte, chiudendo il cerchio attorno alla figura di Salvatore Ocone, un uomo di 59 anni che, secondo quanto emerso, avrebbe agito al culmine di un raptus. Dopo aver colpito la moglie Elisa Polcino, 49 anni, mentre dormiva, usando una grossa pietra del peso di circa dodici chili, l’uomo aveva raggiunto i figli nelle altre stanze. Cosimo, il quindicenne, era stato sorpreso e ucciso in soggiorno, mentre Antonia era stata ridotta in fin di vita nel suo letto, prima di essere caricata sull’auto accanto al senza vita del fratello. Un viaggio di alcune ore, conclusosi solo quando Ocone fu intercettato e fermato dalle forze dell’ordine in un campo tra Mirabello e Ferrazzano, al confine con il Molise. Fu in quel frangente che i soccorritori si accorsero che Antonia, nonostante le ferite devastanti, era ancora viva. Per lei, trasportata d’urgenza in ospedale, era iniziata una lunga agonia, fatta di interventi chirurgici e di un coma farmacologico dal quale i medici hanno temuto non si sarebbe più risvegliata.




