L’inflazione vola al 3,8% e il conto della guerra in Iran tocca i 29 miliardi: la doppia morsa che stringe l’America di Trump

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non erano sufficienti le turbolenze dei mercati di inizio seduta – con un forte ribasso iniziale prontamente riassorbito nella seconda parte della giornata americana – per distrarre gli investitori dal vero nodo strutturale dell’economia statunitense. È quel tasso d’inflazione salito al 3,8% ad aprile, un dato che supera le previsioni e che riporta la memoria ai picchi di maggio 2023, a squarciare il velo di normalità che l’amministrazione Trump ha tentato di gettare sulla gestione del conflitto in corso. La pressione sui prezzi, contrariamente a quanto qualche ottimista auspicava, non accenna a rientrare: l’indice dei prezzi al consumo ha registrato un balzo dello 0,6% su base mensile, mentre il dato core (che esclude energia e alimentari) si conferma in territorio meno preoccupante ma comunque insidioso. A dispetto delle speculazioni iniziali – che volevano i dazi commerciali o le tensioni diplomatiche come principali driver dell’instabilità – è il costo dell’energia a fare da traino a questa rimonta inflattiva. Il petrolio, alimentato dalle fiammate del confronto con l’Iran, continua a veleggiare abbondantemente sopra la soglia dei 100 dollari al barile, trascinando con sé i prezzi alla pompa e, a cascata, l’intera logistica dei trasporti.

L’effetto valanga del conflitto: quando il prezzo della sicurezza grava sulle bollette

E mentre il segretario al Tesoro cerca di minimizzare l’impatto della crisi, il Pentagono ha ufficialmente aggiornato il conteggio delle spese militari dirette. La guerra in Iran, stando alle ultime stime fornite al Congresso dal direttore finanziario interino Jules Hurst III, è già costata alle casse federali 29 miliardi di dollari. Una cifra, questa, che supera di 4 miliardi quanto comunicato solo due settimane fa e che, avvertono gli esperti del Dipartimento della Difesa, non include ancora le riparazioni delle installazioni danneggiate dagli attacchi iraniani. L’aspetto più rilevante, però, non risiede tanto nella spesa bellica approvata – per quanto astronomica – quanto nella ricaduta indiretta di quei raid sui portafogli dei cittadini. Lo stretto di Hormuz, reso instabile dalle rappresaglie navali, è il collo di bottiglia attraverso cui passa gran parte del greggio globale; ogni tensione diplomatica si traduce immediatamente in un rincaro delle materie prime. Ne consegue un paradosso crudele per l’inquilino della Casa Bianca: la determinazione mostrata nel proteggere gli interessi strategici si scontra con la necessità di mantenere fede alla promessa elettorale di un’inflazione “vanished completely”, una promessa che la realtà dei fatti sta sgretolando.

L’analisi tecnica dei prezzi: tariffe aeree e carne bovina sotto la lente degli analisti

A rendere il quadro ancor più complesso, spiegano i gestori finanziari come François Rimeu di Crédit Mutuel Asset Management, è la distribuzione asimmetrica di questi rincari. Se da un lato le componenti legate al settore immobiliare hanno mostrato un andamento sostanzialmente previsto – complice l’effetto tecnico dello shutdown dello scorso ottobre ormai uscito dai calcoli – dall’altro l’assenza di pressioni inflattive sui beni di consumo durevoli offre un fragile argine alla corsa dei prezzi. La narrativa della Federal Reserve, secondo cui gli effetti inflazionistici più violenti legati ai dazi dovrebbero ormai essere un retaggio del passato, regge solo in parte. Il vero allarme, in questo momento, suona per le cosiddette componenti “appiccicose” dell’inflazione: i prezzi dei servizi legati ai trasporti e, in particolare, quelli della carne bovina e delle tariffe aeree. La speculazione sta già scontando un aumento dei costi di macellazione e logistica, una voce che nell’indice dei prezzi al consumo pesa in modo trasversale sul carrello della spesa quotidiana. La benzina ha raggiunto una media nazionale di circa 4,5 dollari al gallone, contro i 3,14 di un anno fa; un’impennata che erode il potere d’acquisto dei salari.

Il conto salato per la Fed e la resilienza del mercato azionario

Non stupisce, dunque, la reazione cauta ma vigile di Wall Street. I listini hanno vissuto una seduta di forte volatilità: il Dow Jones ha viaggiato piatto (-0,02%), mentre il Nasdaq ha subito una flessione più marcata (-2,04%) penalizzato dal timore di tassi persistentemente elevati. Proprio l’eventualità di un inasprimento della politica monetaria – o quantomeno l’azzeramento delle aspettative di un taglio prima del 2027 – aleggia nelle stanze della Federal Reserve. Il presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee, ha definito il dato “peggiore delle attese”, sottolineando come la crescita dei prezzi nei servizi sia preoccupante perché indipendente tanto dai dazi quanto dall’energia: è un segnale di possibile surriscaldamento interno. L’interrogativo che agita i desk direzionali non riguarda più se la Fed alzerà i tassi, ma per quanto tempo riuscirà a mantenerli fermi nel range attuale (3,50%-3,75%) senza frenare bruscamente la crescita. In questo frangente, la guerra in Iran agisce come un acceleratore di costo che la banca centrale non può contrastare con i suoi tradizionali strumenti monetari, essendo essa stessa un fattore esogeno di offerta. Mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth chiede al Congresso un budget da 1,5 trilioni di dollari per il prossimo anno – cifra che non include i costi aggiuntivi del conflitto – l’economia reale continua a pagare il conto più salato: quello della perdita di potere d’acquisto, un tributo silenzioso che grava su ogni famiglia statunitense.

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