Due Spicci e il crepuscolo dei millennials: Zerocalcare chiude un cerchio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Michele Rech, in arte Zerocalcare, ha presentato a Milano la sua nuova creatura, "Due Spicci", uscita su Netflix lo scorso 27 maggio, e l’impressione – a caldo – è che questa volta il fumettista romano abbia confezionato un’opera che non somiglia affatto alle precedenti, pur muovendosi con disinvoltura tra i vicoli di Rebibbia e le nevrosi di sempre.
Intervistato a margine del Best Movie Day, l’autore ha spiegato come questa serie rappresenti, nella sua testa, la fine di un arco narrativo cominciato con "Strappare lungo i bordi"; lui stesso la definisce "più cupa", quasi inevitabilmente, perché corrisponde – a suo dire – a un momento dell’esistenza che è "un po’ più cubo", una fase in cui la vita non concede tregua e le certezze collettive vanno in frantumi sotto il peso delle bollette o dei debiti, quelli veri, quelli che a Roma chiamano "buffi".
Lo si vede subito dal respiro della messinscena: se c’era un timore, per i fan, che il meccanismo narrativo potesse ripetersi identico, Zerocalcare ha ribaltato il tavolo affidandosi a una struttura produttiva più solida – "quando ho capito che non ero capace a fare alcune cose, mi sono fidato della struttura che c’era dietro" – e il risultato è un prodotto dal taglio più cinematografico, meno claustrofobico e più distaccato, quasi un noir malinconico dove però la polvere da sparo è fatta di rimorsi e di responsabilità (quelle "due spicci" appunto) che nessuno vuole davvero prendersi.
La sindrome dei quarantenni e il "ricalcolo del tragitto"
Al centro di questa nuova fatica, composta da otto episodi prodotti da Movimenti Production, c’è una generazione – quella dei millennial – che si ritrova a specchiarsi in un’immagine che non combacia più con i modelli assorbiti da ragazzina guardando i film degli anni Ottanta e Novanta.
Il problema, per i protagonisti, non è tanto compiere i quarant’anni, quanto accorgersi che il quarantenne delle vecchie pellicole (quello con la casa, il lavoro stabile e la vita risolta) non assomiglia minimamente alla persona stanca e piena di dubbi che ogni mattina guarda nello specchio del bagno. Zerocalcare descrive questa sensazione come un continuo "ricalcolo del tragitto", la stessa frustrazione che si prova quando il navigatore satellitare annuncia che la strada è chiusa e bisogna inventarsi un percorso alternativo sul momento, senza una mappa.
Non si tratta più dell’ansia esistenziale dei vent’anni, ma di una disillusione profonda: scoprire che l’amicizia – nonostante sia un valore fondante – a volte "non basta per avere il lieto fine", che la collettività non sempre riesce a tamponare le crepe dell’individualismo più feroce e che i debiti, siano essi economici o emotivi, prima o dopo si presentano alla porta.
L’ombra lunga dei debiti e la violenza silenziosa
Se nelle opere precedenti l’Armadillo fungeva da coscienza critica per scandagliare il trauma o la solitudine, in "Due Spicci" la posta in gioco si fa più terrena e, in un certo senso, più sporca; la trama segue Zero e Cinghiale alle prese con un locale che affonda nei guai, tra debiti di gioco, prestiti tossici e la pressione di chi quei soldi pretende indietro con metodi poco ortodossi.
Zerocalcare, pur mantenendo un piglio ironico, scende in territori che sfiorano la cronaca nera: la violenza non viene mostrata in modo esplicito, ma si percepisce nella tensione degli incontri con "brutti ceffi" e nella disperazione silenziosa di chi sa di non avere via d’uscita.
È in questo frangente che la serie – secondo quanto emerso anche da alcune interviste rilasciate dall’autore a Torino durante il Salone del Libro – diventa il ritratto spietato di una precarietà che non è solo economica, ma anche emotiva: la difficoltà di chiedere aiuto, la vergogna di ammettere di non farcela, e quella sottile linea rossa che separa l’amicizia autentica dalla complicità tossica.
La prospettiva giudiziaria, se così si può chiamare, è quella interna: non ci sono poliziotti o eroi che risolvono i problemi, ma solo persone che tentano di districare nodi troppo stretti.
Un finale di trilogia e un’estetica della vulnerabilità
L’aspetto più interessante, forse, è la consapevolezza con cui Zerocalcare ammette di aver chiuso un cerchio; lui stesso ha raccontato di come "Due Spicci" sia nato in un momento "crepuscolare" della sua vita, e di come questa tonalità cupa sia trapelata inevitabilmente nelle matite e nei dialoghi, senza la possibilità di rifugiarsi nella pagliacciata o nella consolazione facile.
A differenza dei lavori precedenti, qui l’animazione si fa più ricca, più curata (merito anche delle collaborazioni con DogHead Animation), ma il salto di qualità principale è narrativo: Rech ha imparato a fidarsi degli altri, a delegare quelle sequenze che sentiva di non saper gestire, e il respiro dell’opera ne ha giovato, diventando più "cinematografico" senza perdere l’immediatezza del tratto che lo ha reso celebre.
Non si tratta, badate bene, di un addio alle scene o di una ritirata: è piuttosto la fotografia di uno stop, di un momento in cui l’autore guarda indietro e vede un percorso coerente. Per chi ha letto "La profezia dell’armadillo" o ha pianto con "Strappare lungo i bordi", questa serie offre la maturità crudele di chi scopre che crescere non significa diventare forti, ma semplicemente imparare a convivere con le proprie rotture, senza la presunzione di poterle saldare del tutto.




