Il caso Cazzullo-Da Vinci infiamma il dopo Sanremo: dal paragone con la camorra all’abbraccio di Napoli

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La vittoria di Sal Da Vinci al settantaseiesimo Festival di Sanremo con Per sempre sì, invece di spegnersi nei consueti rituali post-manifestazione, ha innescato un dibattito culturale che dagli studi televisivi è rapidamente dilagato nelle piazze virtuali e nelle dichiarazioni della politica locale, sollevando il velo su una querelle che affonda le radici nella percezione della napoletanità e dei suoi stereotipi. Tutto è partito da un intervento di Aldo Cazzullo, vicedirettore del Corriere della Sera, il quale, nella sua rubrica dedicata alla posta con i lettori, aveva definito il brano del cantante napoletano non solo come il peggiore nella storia della kermesse, ma aveva aggiunto un affondo destinato a lasciare il segno: Per sempre sì, a suo giudizio, avrebbe potuto essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra o, nella migliore delle ipotesi, una parodia nello stile di Checco Zalone.

Parole che hanno immediatamente acceso la miccia. Se sui social si sono moltiplicate le reazioni di chi difendeva la popolarità del brano e la sua presa sul pubblico, la discussione ha varcato la soglia della televisione pubblica, precisamente nello studio de La Volta Buona di Caterina Balivo. La conduttrice ha apertamente criticato l’accostamento del giornalista, invitandolo in collegamento per un confronto in diretta. Cazzullo, nel corso della trasmissione, ha tentato di circoscrivere il perimetro della sua critica, precisando di non avere nulla contro la persona di Sal Da Vinci – anzi, definendolo simpatico – e ribadendo il suo amore per Napoli e per la sua tradizione musicale, da Pino Daniele a Edoardo Bennato, da Renzo Arbore a Tullio De Piscopo. La sua tesi di fondo, come ha poi chiarito in successive interviste, è che l’artista rappresenterebbe una Napoli "coreografica" ed "enfatica", funzionale a chi la città non la ama, e che la sua cifra stilistica, giudicata "strappacore" e "consolatoria", costituirebbe un passo indietro rispetto alla profondità di certa cultura partenopea.

A difesa di Sal Da Vinci è sceso in campo, con piglio tagliente, lo scrittore Maurizio De Giovanni. Intervenuto all’ANSA e rilanciando il suo pensiero anche sui social, De Giovanni ha definito Da Vinci uno straordinario artista, forte di quarant’anni di gavetta e di un successo popolare che lo ha portato a riempire palazzetti come il Mediolanum Forum di San Siro. Lo scrittore ha espresso stupore e dispiacere per le parole di Cazzullo, un intellettuale che pure stima, domandando retoricamente a quanti matrimoni di camorristi il giornalista abbia mai partecipato per poter tracciare un parallelo tanto specifico. Ha respinto con forza l’equazione implicita tra popolarità e bassa qualità, ricordando che il cantante non ha vinto grazie al solo televoto, ma presumibilmente con il concorso della giuria, e che etichettare Per sempre sì come il punto più basso della storia del Festival significa ignorare almeno una dozzina di precedenti vincitori ben più dimenticabili.

Nel frattempo, la politica e le istituzioni locali hanno avvolto il cantante in un caloroso abbraccio. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, ha annunciato che consegnerà a Sal Da Vinci la Medaglia della Città, un riconoscimento ufficiale che andrà a suggellare il trionfo sanremese. Ma è forse il commento del sindaco di Benevento, Clemente Mastella, a sintetizzare la complessità della vicenda. In un post pubblicato sui suoi profili social, Mastella ha definito la vittoria di Da Vinci come il simbolo della grandezza multiforme dell’arte musicale di Napoli e del suo esprit popolare, quello che sa parlare al cuore della gente cantando la semplicità del sentimento genuino. Pur rivolgendosi con affetto all’amico Cazzullo, il primo cittadino ha rimproverato al giornalista di essere caduto nello stereotipo, utilizzando la parola "camorra" come una clava superficiale contro il Sud. Ispirandosi a Benedetto Croce, Mastella ha invitato a giudicare l’opera discendendo dal processo biografico dell’artista: la sua storia di vita, fatta di alti e bassi e di una lunga gavetta, dice ai giovani del Sud che ce la si può fare.

L’intervento inatteso del parroco di Caivano

A dare un’ulteriore, significativa, svolta al dibattito è stata la voce di don Maurizio Patriciello, il parroco del Parco Verde di Caivano noto per le sue instancabili battaglie contro la camorra e i roghi tossici della Terra dei fuochi. Con un post pubblicato sui social, don Patriciello ha voluto spendere parole di sostegno per Sal Da Vinci, menzionando esplicitamente gli intellettuali e gli amici campani – tra cui Gianfranco Gallo e lo stesso Maurizio De Giovanni – che con educazione e rispetto stavano tentando di rispondere a Cazzullo. Il parroco, che vive quotidianamente sulla sua pelle la minaccia della criminalità organizzata, tanto da essere stato più volte oggetto di intimidazioni e da vivere sotto scorta, ha di fatto scelto da che parte stare, invitando idealmente il cantante a Caivano e spezzando una lancia a favore di una canzone e di un artista capaci di dare speranza e voce ai sentimenti della gente comune. La sua presa di posizione, arrivata da uno dei territori più difficili d’Italia, ha aggiunto un peso specifico notevole alla discussione, spostando l’asse dalla mera critica musicale a una più profonda riflessione sul riscatto sociale e sull’identità culturale.

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