La musica napoletana e le sue narrazioni: il caso di Sal Da Vinci tra critiche e difese
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Per sempre sì” avrebbe potuto rappresentare, in circostanze normali, semplicemente l’affermazione di una canzone popolare molto amata dal pubblico, capace di scalare le classifiche e di accumulare milioni di ascolti sulle piattaforme digitali. E invece no, perché il trionfo del cantante napoletano ha innescato un dibattito che travalica i confini della mera cronaca musicale, sollevando il velo su una certa tendenza a giudicare le espressioni artistiche della città partenopea attraverso lenti deformanti che nulla hanno a che fare con la qualità intrinseca di una melodia o di un testo. Il vicedirettore del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, in un intervento pubblicato sulle pagine del quotidiano, ha definito il pezzo del vincitore come “la colonna sonora di un matrimonio della camorra”, aggiungendo poi, per smorzare i toni o forse per rincarare la dose, che a essere generosi lo si poteva accostare a una parodia di Checco Zalone, con la differenza sostanziale che il comico pugliese quelle cose le scrive per burla. Parole pesanti, certamente, che hanno immediatamente catalizzato l’attenzione non tanto sul valore artistico di “Per sempre sì”, quanto sulla rappresentazione di una Napoli stereotipata che certa critica sembra voler perpetuare.
La reazione della città e le parole dei suoi rappresentanti
Il primo a raccogliere il guanto di sfida è stato il sindaco in carica, Gaetano Manfredi, il quale, interpellato dall’ANSA, ha bollato le dichiarazioni del giornalista come “chiaramente inopportune”. Il primo cittadino, pur riconoscendo la sacrosanta libertà di esprimere valutazioni artistiche personali, ha sottolineato come l’associazione del brano a stereotipi negativi sulla città non possa essere accolta positivamente. Ma è con l’ex sindaco Luigi de Magistris che la replica si fa più sa e articolata: de Magistris, parlando sempre all’Adnkronos, ha parlato di un “giudizio fondato su un pregiudizio”, di una mancanza di conoscenza profonda di Napoli, una città-mondo che non può essere liquidata con definizioni tranchant. Valutare una canzone come quella, e liquidarla con un’immagine così forte legata alla criminalità organizzata, ha proseguito l’ex primo cittadino, appare davvero fuori luogo, quasi una canea che si ripropene ciclicamente contro i napoletani, come già accadde in passato con Geolier, un altro artista finito nel mirino di chi, evidentemente, fatica a comprendere la complessità di un sentimento popolare che si esprime attraverso la musica.
Il racconto collettivo secondo Siani e la difesa di De Giovanni
Nel coro di voci che si sono levate a difesa di Sal Da Vinci, particolarmente significativa è quella di Alessandro Siani. Il comico, con una riflessione pacata ma profonda, ha spostato l’asse del discorso dalla polemica sterile al significato antropologico della canzone napoletana. Siani, in una intervista, ha ricordato come la musica della sua terra non sia mai stata solo intrattenimento, ma piuttosto una forma di racconto collettivo, un modo per nominare le emozioni più elementari e trasformarle in un patrimonio condiviso, in una sorta di grammatica sentimentale che si tramanda da generazioni. Dentro questa tradizione secolare, ha spiegato, si colloca naturalmente anche il brano di Sal Da Vinci, un pezzo popolare senza pretese, certo, ma che appartiene alla vita quotidiana della gente. E mentre qualcuno prova a imbrigliare Napoli nelle categorie della cronaca, ha concluso il comico, la città continua a raccontarsi con la musica, la quale ha il pregio, quando è vera, di restare, a differenza delle opinioni che, invece, col tempo passano e si dissolvono.
A sostenere con forza la dignità artistica di Sal Da Vinci è intervenuto anche lo scrittore Maurizio De Giovanni, il quale, ospite in trasmissioni televisive e intervistato dalle agenzie, ha espresso stupore e dispiacere per le parole di Cazzullo, da lui definito persona colta e divulgatore di valore. De Giovanni, difendendo a spada tratta il collega artista, ne ha ricordato i quarant’anni di carriera, la gavetta, la capacità di riempire teatri come il Verona e il San Siro, qualità che mal si conciliano con l’immagine di un semplice cantante di quartiere. Lo scrittore ha ironizzato, con una punta di amaro, chiedendosi a quanti matrimoni di camorra abbia mai partecipato Cazzullo per poter tracciare un parallelo tanto azzardato, e ha messo in guardia dall’equazione pericolosa che associa la popolarità alla bassa qualità, ricordando come nella storia del Festival vi siano state almeno dodici canzoni vincitrici ben peggiori di “Per sempre sì”.
La precisazione di Cazzullo tra battute e conferme
A fronte delle crescenti polemiche, lo stesso Aldo Cazzullo ha sentito il bisogno di intervenire per chiarire la propria posizione, chiamando addirittura in diretta nel corso della trasmissione “La Volta Buona” condotta da Caterina Balivo. Nel corso del collegamento telefonico, il giornalista ha provato a ridimensionare la portata delle sue affermazioni, definendo quella sui matrimoni di camorra come una “battuta” e ribadendo il suo amore per Napoli, per la sua grande tradizione musicale che va da Pino Daniele a Edoardo Bennato, da Totò a Enzo Arbore. Eppure, nonostante il tentativo di smorzare i toni, Cazzullo ha comunque riaffermato il suo giudizio negativo su Sal Da Vinci, sostenendo che l’artista rappresenterebbe una Napoli “coreografica” e stereotipata, quella Napoli che, paradossalmente, piace a coloro che la detestano. Una posizione, questa, che se da un lato ammette la legittimità del gusto personale, dall’altro continua a insistere su una distinzione tra una cultura napoletana autentica e una invece di serie b, fatta di enfasi e strappalacrime, nella quale il vincitore di Sanremo verrebbe ingiustamente relegato.
Description: La vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo 2026 scatena un acceso dibattito. Le critiche di Aldo Cazzullo e le difese di Siani, Manfredi e de Magistris.




