Il Consiglio d'Europa cambia rotta sulla migrazione: meno tutele, via libera agli hub di rimpatrio
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Redazione Interno
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La cornice patinata della diplomazia, a Chișinău, ha fatto da sfondo a un terremoto giuridico silenzioso. I 46 ministri degli Esteri del Consiglio d’Europa, riunitisi in Moldavia per la sessione annuale del Comitato dei Ministri, hanno varato una dichiarazione politica destinata a riscrivere le priorità del vecchio continente in materia di accoglienza. L’organizzazione che sovrintende alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu), storicamente baluardo delle libertà individuali, ha infatti scelto di compiere un passo indietro: ridurre le tutele riservate ai migranti per lasciare spazio al diritto dei singoli Stati di blindare i propri confini, una svolta che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha immediatamente accolto come una vittoria personale.
Il testo che legittima la linea dura
Il documento approvato, noto come "Dichiarazione di Chișinău", non è un semplice atto di indirizzo. Si tratta piuttosto di una presa d’atto ufficiale, da parte di tutte e 46 le nazioni aderenti, della necessità di bilanciare (se non addirittura di comprimere) i diritti individuali di fronte a quelle che vengono definite le "sfide complesse" poste dai flussi migratori. Nel testo, accolto per consenso, si legge che gli Stati membri possiedono l’"innegabile diritto sovrano di controllare l'ingresso e il soggiorno" degli stranieri, un principio che sembra fatto apposta per legittimare politiche di respingimento sempre più aggressive. Ma non è tutto: la dichiarazione spinge l’acceleratore su meccanismi fino a ieri considerati al limite della legalità internazionale, come la creazione di hub per i rimpatri situati in Paesi terzi. Si tratta di strutture dove trasferire i migranti irregolari, spesso in attesa di espulsione, esternalizzando di fatto la gestione dei flussi.
L’esultanza di Meloni e il "modello Albania"
A poche ore dall’adozione del testo, la presidente del Consiglio ha rivendicato con forza il ruolo trainante dell’Italia. Secondo la premier, quanto accaduto a Chișinău rappresenta la certificazione definitiva del cambio di paradigma impresso dal suo governo. "Quello che solo un anno fa faceva discutere", ha scritto Meloni sui social, riferendosi all'accordo con Tirana per la costruzione di centri di trattenimento in Albania, "oggi è diventato un principio condiviso". L’esecutivo, che da tempo spinge per spostare il baricentro del dibattito europeo dalla "solidarietà" al "controllo", vede in questo voto il frutto di un lavoro durato due anni, condotto a testa bassa insieme ad altri partner, primo fra tutti la Danimarca del premier Frederiksen. L’obiettivo dichiarato, per Meloni, è stato quello di superare la logica del "vassallaggio" verso le posizioni più garantiste, dimostrando che si può salvare l’Europa (dall’emergenza migratoria) solo cambiando mentalità e passando al contrattacco.
Il paradosso giuridico di Strasburgo
Il dettaglio, per nulla trascurabile, è che questa apertura ai "return hub" arrivi proprio dal Consiglio d’Europa, l’ente che avrebbe dovuto fungere da freno. La dichiarazione, pur ribadendo formalmente l’importanza della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e l’indipendenza della Corte di Strasburgo, ne riscrive di fatto le priorità applicative. Si sottolinea, infatti, che gli Stati hanno il diritto di stabilire le proprie politiche migratorie nell’ambito di una cooperazione bilaterale o regionale, e che proteggere i confini è un obbligo per la sicurezza nazionale. Viene quindi offerto un paracadute giuridico a quei governi, come quello italiano, che intendono esaminare le richieste di protezione internazionale (o gestire i rimpatri) fuori dai propri confini. Un’impostazione, questa, che rischia di creare un cortocircuito con gli stessi principi che la Corte di Strasburgo ha difeso per decenni, a cominciare dal divieto di respingimenti collettivi sancito dall’articolo 4 del Protocollo 4.
L’impatto sulle politiche di espulsione
Sul piano pratico, l’intesa di Chișinău fornisce una copertura politica a iniziative già in cantiere o in fase di realizzazione. L’Italia, con i suoi centri in Albania, diventa il banco di prova di questa nuova fase, ma il ragionamento vale anche per altri Paesi che guardano con interesse a formule ibride di detenzione amministrativa all’estero. La dichiarazione ammette esplicitamente che, per scoraggiare l’immigrazione irregolare, gli Stati esposti agli arrivi di massa possono adottare nuovi approcci, rendendo più rapide le procedure di espulsione. Ne consegue un inevitabile irrigidimento: mentre si allentano le maglie delle garanzie per chi arriva, si stringono quelle del controllo. Per chi si occupa di cronaca giudiziaria, questo significa assistere a una progressiva normalizzazione di misure un tempo confinate alla dimensione della "deroga" o dell’emergenza. E il fatto che ciò avvenga con il beneplacito di Strasburgo, sia pure attraverso un atto politico (e non una sentenza), segna una linea di demarcazione netta rispetto al recente passato.




