Ue, dopo il via libera del Consiglio Affari interni si aprono le porte agli hub in paesi terzi
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Redazione Esteri
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Il Consiglio Affari Interni dell’Unione Europea ha approvato un accordo politico che segna una svolta netta nella gestione dei flussi migratori, puntando su un sistema che privilegia rimpatri più celeri e la possibilità, per gli stati membri, di istituire centri di gestione al di fuori dei confini comunitari. Tale decisione, che arriva in una fase in cui gli arrivi irregolari mostrano un trend decrescente, riflette più una precisa volontà politica che una risposta dettata dall’urgenza dei numeri, configurando un quadro normativo profondamente diverso dal passato.
Il nodo dei rimpatri e la lista dei paesi sicuri
Il cuore del nuovo accordo risiede nella semplificazione e nell’accelerazione delle procedure di rimpatrio per i migranti irregolari, un processo che viene notevolmente abbreviato attraverso una serie di misure procedurali. Tra queste, spicca l’introduzione di una nuova lista di paesi considerati sicuri, che include alcune delle nazionalità più rappresentate negli sbarchi sulle coste italiane, nonostante i profili democratici di tali nazioni siano spesso oggetto di critiche. L’accordo stabilisce, inoltre, che i ricorsi giudiziari presentati dagli interessati non sospenderanno più automaticamente l’esecuzione del provvedimento di rimpatrio, una modifica che riduce drasticamente gli spazi di manovra legale e che solleva non pochi interrogativi sulla tutela effettiva dei diritti individuali.
Il “modello Albania” tra spese, stop giudiziari e tentativi di rilancio
Proprio in questo contesto normativo rinnovato, il cosiddetto “modello Albania” – il piano per centri di rimpatrio in territorio albanese fortemente voluto dal governo italiano – cerca una via per superare le numerose difficoltà che ne hanno sin qui caratterizzato l’iter. Il progetto, che ha già assorbito ingenti risorse economiche producendo un numero esiguo di rimpatri effettivi, si è infatti scontrato ripetutamente con le pronunce della magistratura, la quale ne ha più volte sospeso l’operatività attraverso provvedimenti che hanno messo in discussione la legittimità del trattenimento generalizzato dei migranti. Ora, il governo punta a rilanciare l’iniziativa avvalendosi del nuovo quadro europeo, il quale esplicitamente consente ai paesi membri di istituire, volendo anche più di uno, hub negli stati terzi, aprendo di fatto la strada a esperimenti simili a quello albanese.
Le critiche del mondo del diritto e i problemi aperti
L’approvazione dell’accordo non è passata senza aspre contestazioni da parte di esperti del settore giuridico, i quali sottolineano come le nuove norme presentino profili di forte criticità. Gianfranco Schiavone, consigliere dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, ha parlato senza mezzi termini di un “Europa che rinnega sé stessa”, evidenziando come l’impianto scelto apra “enormi problemi giuridici”. Le perplessità, che attraversano anche il mondo della magistratura come dimostrano i recenti ricorsi, non riguardano solo la fattibilità operativa dei centri esterni, ma investono la stessa compatibilità del sistema con i principi fondanti dell’Unione e con gli obblighi internazionali in materia di protezione delle persone.




