Nascere non è uguale per tutti: 4,9 milioni di bambini morti nel 2024
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Redazione Salute
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Il viaggio in un’auto-rickshaw, per Misnahar, non è stato un semplice spostamento verso l’ospedale di Cox’s Bazar, in Bangladesh, ma la corsa contro il tempo che ha segnato l’inizio della vita di suo figlio Sarid. Pesava appena 900 grammi, quel bambino, e lottava con gravi difficoltà respiratorie già dai primi, fragilissimi istanti. Una storia, quella di Sarid, che si intreccia con un destino avverso e, al tempo stesso, con la speranza racchiusa nelle parole della madre: “Quando mio figlio crescerà, voglio che diventi un medico o un infermiere. Le persone qui hanno salvato la vita al mio bambino. Forse un giorno potrà salvare quella di altri”. Una testimonianza, la sua, che illumina il dramma quotidiano di milioni di famiglie, un dramma che i numeri, freddi ma inesorabili, restituiscono in tutta la loro gravità: nel 2024, secondo le stime del Gruppo inter-agenzie delle Nazioni Unite per la stima della mortalità infantile, 4,9 milioni di bambini non hanno visto il loro quinto compleanno.
Il peso dei primi istanti e le cause di una tragedia silenziosa
Di questi 4,9 milioni di piccoli, quasi la metà – 2,3 milioni per la precisione – non ce l’ha fatta a superare il primo mese di vita, a testimonianza di come il periodo perinatale e neonatale rimanga il più vulnerabile nell’intera infanzia. A uccidere, in questa fascia, sono spesso nemici invisibili ma ben noti alla medicina: le complicanze legate a una nascita prematura sono responsabili di circa un terzo di questi decessi (il 36%), mentre le complicanze insorte durante il travaglio e il parto pesano per un altro 21%. A queste cause principali, si aggiungono le infezioni – tra cui la sepsi neonatale – e le anomalie congenite, condizioni che, in contesti sanitari fragili, diventano rapidamente fatali. Il rapporto “Levels & Trends in Child Mortality”, redatto dall’Organizzazione mondiale della sanità, sottolinea con forza un concetto chiaro: la stragrande maggioranza di queste morti è prevenibile con interventi comprovati e a basso costo, a patto che vi sia un accesso reale a un’assistenza sanitaria di qualità. Eppure, i progressi globali nella riduzione di questi decessi hanno subito un drammatico rallentamento, calando di oltre il 60% dal 2015 a oggi.
Disuguaglianze globali e il flagello della malnutrizione
Il luogo in cui un bambino viene al mondo continua a determinare, in larga parte, la sua aspettativa di vita. La concentrazione geografica delle morti under-five è impressionante: l’Africa subsahariana da sola assorbe il 58% del totale, mentre l’Asia meridionale ne conta un altro 25%. In queste regioni, le disuguaglianze nell’accesso alle cure si traducono in dati inequivocabili. Se in Europa e Nord America le malattie infettive rappresentano solo il 9% delle cause di morte tra i piccoli, nell’Africa subsahariana arrivano a pesare per il 54%. Tra queste, la malaria rimane il killer principale nella fascia d’età tra 1 e 59 mesi, responsabile del 17% dei decessi, con decessi concentrati in paesi come Ciad, Niger e Nigeria, dove conflitti e shock climatici ostacolano la prevenzione e le cure. Per la prima volta, inoltre, il rapporto dell’ONU ha stimato l’impatto diretto della malnutrizione acuta grave, causa di morte per oltre centomila bambini tra 1 e 59 mesi nel solo 2024, con Pakistan, Somalia e Sudan tra i paesi più colpiti. Un numero che, avvertono gli esperti, potrebbe essere largamente sottostimato se si considera l’effetto indiretto della denutrizione nell’indebolire il sistema immunitario e aprire la strada ad altre malattie.
Oltre la prima infanzia, i rischi cambiano volto
La strage silenziosa, però, non si ferma ai primi cinque anni di vita. Il report dell’Oms e delle agenzie affiliate ha contato, sempre nel 2024, altri 2,1 milioni di vittime tra bambini, adolescenti e giovani adulti, nella fascia d’età compresa tra i 5 e i 24 anni. Un dato, questo, che restituisce la complessità di un fenomeno che cambia con l’età. Se per i più piccoli a uccidere sono ancora le malattie infettive, con l’adolescenza il quadro si fa più variegato e inquietante. Per le ragazze tra i 15 e i 19 anni, la principale causa di morte è l’autolesionismo; per i coetanei maschi, invece, a guidare la triste classifica sono i traumi stradali. Un mosaico di rischi che richiederebbe un approccio integrato alla salute, capace di accompagnare l’individuo lungo tutto il suo percorso di crescita. Un percorso, quello di Sarid, il bambino nato su un auto-rickshaw a Cox’s Bazar, che per miracolo è proseguito, e che sua madre Misnahar spera possa un giorno trasformarsi in un ciclo virtuoso di cura e restituzione, laddove la vita, all’inizio, era stata così ingenerosa.




