Il paradosso del Lazio: pochi abbandoni scolastici, ma l'8,1% arriva alla fine senza competenze adeguate

Il paradosso del Lazio: pochi abbandoni scolastici, ma l'8,1% arriva alla fine senza competenze adeguate
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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un dato positivo, certo, che colloca la regione tra le più virtuose d'Italia. Ma come spesso accade quando si scava in profondità, la realtà si rivela più complessa. Secondo quanto emerso dal Rapporto Invalsi 2026, presentato il 16 luglio alla Camera dei deputati, il Lazio vanta un tasso di abbandono scolastico precoce del 6,9% nel 2025, inferiore di 1,3 punti percentuali rispetto alla media italiana che si attesta all'8,2%.

Un traguardo che, se confermato dalle stime che ipotizzano un ulteriore calo al 7,3% per il 2026, proietterebbe l'Italia ben oltre l'obiettivo del 9% fissato dall'Unione Europea per il 2030. Tuttavia, dietro questa apparente vittoria si cela un'altra forma, forse più subdola, di dispersione: quella cosiddetta "implicita", che riguarda quegli studenti che completano sì il percorso di studi, ma senza aver maturato le competenze fondamentali in italiano, matematica e inglese.

I numeri della dispersione implicita e il recupero delle eccellenze

Il fenomeno non è marginale. A livello nazionale, la quota di diplomati che raggiunge la fine del percorso senza possedere un bagaglio di conoscenze adeguato si è attestata al 6,3% nel 2026, in calo rispetto all'8,7% dell'anno precedente. Un dato che, se da un lato testimonia un miglioramento della capacità del sistema educativo di sostenere gli studenti più fragili, dall'altro continua a rappresentare una criticità.

Per il Lazio, i dati forniti dall'Istat parlano di un 8,1% di giovani che, pur conseguendo il titolo di studio, si trovano in questa condizione di svantaggio, con competenze talmente basse da compromettere le loro future opportunità sia in ambito universitario che nel mondo del lavoro. Lo stesso rapporto evidenzia, in parallelo, un incremento della quota di studenti che raggiungono risultati eccellenti, passati dal 12,3% del 2025 al 13,1% del 2026, a testimonianza di un sistema che, pur nelle sue difficoltà, cerca di valorizzare le potenzialità individuali.

La risposta di Valditara e i dati sulla Maturità

Un quadro, quello delineato dall'Invalsi, che non manca di sollevare polemiche, specie in un periodo dell'anno, come quello tra giugno e luglio, in cui l'attenzione mediatica si concentra sugli esami di Stato. "Alla Maturità non boccia più nessuno", è il refrain che puntualmente torna a farsi sentire. Il ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, presente alla presentazione del Rapporto, ha risposto alle critiche indirette, rivendicando i risultati ottenuti nella lotta all'abbandono.

Pur non essendo ancora stati diffusi i dati ufficiali sugli esiti della Maturità 2026, il ministro ha voluto sottolineare come l'obiettivo primario sia quello di recuperare i ragazzi che rischiano di uscire dal circuito formativo. Un tema, quello della severità degli esami, che si intreccia inevitabilmente con la qualità degli apprendimenti e con il rischio che una promozione "facile" possa mascherare le carenze segnalate dall'Invalsi.

Un successo che impone nuove sfide

Il calo della dispersione scolastica in Lazio e nel resto d'Italia è un risultato di rilievo, che testimonia l'efficacia di politiche mirate come il potenziamento dei docenti tutor e i progetti di recupero, specialmente nelle aree più fragili del Mezzogiorno. Tuttavia, come osservato dal presidente dell'Invalsi Roberto Ricci, i risultati degli apprendimenti nel post-pandemia si sono stabilizzati su livelli inferiori a quelli precedenti il 2019, un fenomeno che accomuna diversi Paesi europei e che richiede un ulteriore sforzo per essere invertito.

La sfida, quindi, non è più solo quella di tenere gli studenti tra i banchi di scuola, ma quella di garantire che il tempo trascorso in aula si traduca in competenze solide e durature. La fotografia scattata dal Rapporto Invalsi 2026 mostra un sistema in evoluzione, che ha compiuto passi da gigante nell'inclusione ma che ora deve concentrare le energie sulla qualità dell'insegnamento, a partire dalla scuola primaria dove si registrano le maggiori difficoltà in matematica.

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