L’ora legale, l’ultimo balzo in avanti delle lancette prima dell’addio?

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano pochi giorni al consueto rito che scandisce il passaggio dalla stagione fredda a quella più calda, e che quest’anno, complice un’agenda parlamentare finalmente in movimento, potrebbe assumere i contorni di un evento epocale. Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo, alle ore 2:00, le lancette dovranno essere spostate avanti di sessanta minuti: si saluta così l’ora solare, con la sua luce mattutina, per abbracciare quella legale, che allunga le giornate regalando un’ora di sole in più nei pomeriggi primaverili ed estivi. Un meccanismo, questo del cambio semestrale, che da oltre cinquant’anni – dal 1966 per l’esattezza, se si considera l’adozione stabile – abitua gli italiani al doppio passaggio, tra il disagio di un sonno sottratto a fine marzo e l’illusoria sensazione di riposo guadagnato a fine ottobre. Ma la consuetudine, come spesso accade quando si parla di politiche energetiche e armonizzazione europea, potrebbe essere giunta al capolinea.

Il paradosso europeo e il risveglio del Parlamento italiano

La prospettiva di abolire il cambio d’ora stagionale non è certo una novità nell’agenda comunitaria. Era il 2018 quando la Commissione Europea, sollecitata da una consultazione pubblica che raccolse 4,6 milioni di risposte – di cui l’84% favorevoli all’eliminazione del doppio orario – decise di mettere mano alla direttiva 2000/84. Nel marzo del 2019 il Parlamento Europeo diede il suo assenso, proponendo che ciascuno Stato membro potesse scegliere liberamente se assestarsi stabilmente sull’ora solare o su quella legale, con l’obiettivo di concludere la transizione entro il 2021. E invece no. Il dossier, come molti sanno, si è arenato nel Consiglio dell’Unione Europea, dove i governi non sono mai riusciti a trovare una maggioranza qualificata per sbloccare la situazione, terrorizzati – forse a ragione – dall’idea di creare un mosaico di fusi orari differenti nel cuore dell’Europa.

In attesa che Bruxelles ricomponga i propri pezzi – una richiesta in tal senso è arrivata di recente anche dal governo spagnolo di Pedro Sanchez – l’Italia ha deciso di fare da apripista, o quantomeno di non restare con le mani in mano. Alla Camera dei deputati è stato infatti avviato un iter parlamentare concreto. La commissione Attività Produttive ha dato il via libera a un’indagine conoscitiva “sull’impatto dell’ora legale permanente sul territorio nazionale”, un’iniziativa promossa lo scorso novembre dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), da Consumerismo No profit e dal deputato della Lega Andrea Barabotti. L’obiettivo dichiarato è quello di raccogliere dati, ascoltare esperti e associazioni di categoria (da Confindustria a Confcommergio) per arrivare, entro la scadenza fissata per il prossimo 30 giugno, a una proposta normativa che potrebbe introdurre una fase sperimentale, o addirittura rendere strutturale il mantenimento dell’ora legale per l’intero arco dell’anno.

Numeri e ragioni di una scelta (forse) obbligata

A sostenere la tesi del superamento del cambio stagionale sono, innanzitutto, i numeri legati al risparmio energetico e ai benefici ambientali, che nelle intenzioni dei proponenti dovrebbero pesare più delle considerazioni di carattere politico-diplomatico europeo. I dati forniti da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, parlano chiaro: tra il 2004 e il 2025 il ricorso all’ora legale ha consentito un minor consumo di energia elettrica stimato in oltre 12 miliardi di kilowattora, con una ricaduta positiva sulle bollette degli italiani pari a circa 2,3 miliardi di euro. Se poi si decidesse di mantenere l’orario estivo tutto l’anno, le stime parlano di un risparmio annuo aggiuntivo di circa 720 milioni di kWh, equivalenti a 180 milioni di euro in meno da spendere in corrente, senza dimenticare il beneficio in termini di riduzione delle emissioni di anidride carbonica (circa 200 mila tonnellate l’anno, una quantità che richiederebbe l’assorbimento di milioni di nuovi alberi).

C’è poi il fronte della salute, spesso evocato da chi considera l’alternanza solare/legale una fonte di stress biologico. Alessandro Miani, presidente della Sima, ha più volte sottolineato come il cambio d’ora alteri la ritmicità circadiana, con effetti misurabili su pressione arteriosa, frequenza cardiaca e qualità del sonno, senza contare la correlazione statisticamente rilevante – emersa in studi internazionali – tra il passaggio stagionale e l’incremento di incidenti stradali o di patologie cardiache nella settimana successiva allo spostamento delle lancette. Il tutto mentre una parte consistente della popolazione, circa il 60% secondo alcuni sondaggi, dichiara di non gradire questo salto temporale due volte l’anno.

Un futuro ancora in bilico tra abitudine e innovazione

Il percorso per l’adozione dell’ora legale permanente, sebbene avviato con il consenso di una parte trasversale della politica e delle associazioni di consumatori, non è però privo di ostacoli. L’indagine conoscitiva che si concluderà a fine giugno dovrà valutare non solo i risparmi, ma anche le possibili criticità per alcuni settori produttivi – in particolare per chi beneficia delle prime ore di luce mattutina durante l’inverno – e dovrà confrontarsi con il quadro europeo ancora in evoluzione. Va ricordato, infatti, che la decisione finale non potrà prescindere da una visione complessiva della sostenibilità energetica e della competitività economica del Paese, elementi sui quali la commissione si è impegnata a fornire un quadro aggiornato entro la fine del semestre.

In attesa di capire se il prossimo autunno, quando tradizionalmente si torna all’ora solare, gli italiani dovranno davvero spostare indietro le lancette per l’ultima volta, l’appuntamento del prossimo fine settimana rappresenta un passaggio obbligato. Tra sabato 28 e domenica 29 marzo, dunque, si compirà il rito: un’ora di sonno in meno, le giornate che si allungano e la consapevolezza, forse, di stare vivendo gli ultimi istanti di un meccanismo nato oltre un secolo fa – la prima introduzione risale al 1916, durante la Prima Guerra Mondiale – per razionalizzare l’uso della luce, ma che oggi appare sempre meno allineato con i ritmi della società contemporanea.

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