L’Italia tra i cinque Paesi Ue che smantellano lo Stato di diritto, secondo il rapporto di Liberties

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si tratta di un allarme improvviso, né di una valutazione estemporanea, bensì del risultato di un monitoraggio che ormai si protrae da anni: il rapporto “Liberties Rule of Law 2026”, pubblicato dalla Civil Liberties Union for Europe, colloca l’Italia nel gruppo ristretto delle cinque nazioni europee – insieme a Ungheria, Slovacchia, Croazia e Bulgaria – i cui governi stanno agendo “in modo sistematico e intenzionale” per erodere le fondamenta dello Stato di diritto. La definizione scelta dall’ong per descrivere queste realtà è volutamente severa, parlando di “smantellatori” di quegli standard democratici che, a livello teorico, dovrebbero rappresentare il collante dell’Unione. Il dossier, che si estende per oltre ottocento pagine e si basa sulle evidenze raccolte da una rete di quaranta organizzazioni per i diritti umani distribuite in ventidue Paesi membri, individua quattro aree critiche in cui il degrado appare più marcato: il sistema giustizia, la lotta alla corruzione, la libertà dei media e gli equilibri tra i poteri dello Stato.

Per quanto riguarda l’Italia, il capitolo curato dalla Coalizione Italiana per le libertà e i diritti civili (Cild) dipinge un quadro in cui le criticità strutturali – già note agli addetti ai lavori – sembrano essersi trasformate in una tendenza consolidata. La relazione evidenzia come le riforme in materia giudiziaria, spesso accompagnate da un clima di tensione politica mai sopito, rischino di minare la fiducia pubblica nell’indipendenza della magistratura; un tema, quest’ultimo, che si intreccia con le accuse di interferenze nel servizio pubblico radiotelevisivo e con le crescenti difficoltà incontrate dai giornalisti nell’esercizio della loro professione. Non si tratta, sottolineano gli estensori del rapporto, di episodi isolati, ma di una strategia che incide sulla separazione dei poteri e sulla capacità stessa del sistema di garantire i diritti fondamentali.

Il governo guidato da Giorgia Meloni, che nel frattempo ha visto riconfermata la sua posizione di forza sulla scena politica nazionale, si trova dunque al centro di queste critiche che arrivano da più fronti. Le associazioni firmatarie del dossier puntano il dito in particolare contro l’effetto combinato di provvedimenti legislativi – primo fra tutti il cosiddetto “decreto sicurezza” – che, a loro dire, criminalizzano il dissenso, restringono lo spazio civico e finiscono per colpire in modo sproporzionato attivisti, minoranze e movimenti di protesta. A questo si aggiunge la mancata attuazione delle raccomandazioni europee: secondo l’analisi di Liberties, una percentuale schiacciante delle indicazioni fornite dalla Commissione Ue negli anni precedenti non solo non ha trovato seguito, ma in molti casi ha visto addirittura un arretramento rispetto agli standard minimi richiesti.

L’approccio metodologico scelto dall’ong per la stesura del rapporto non si limita a fotografare lo stato dell’arte, ma cerca di classificare i governi in base alla loro “traiettoria” democratica: accanto agli “smantellatori” troviamo i “reazionari”, i “sostituti” e, nella migliore delle ipotesi, i “virtuosi”. L’Italia, insieme agli altri quattro Paesi citati, rappresenta per l’organizzazione il livello di allerta più elevato, laddove il deterioramento non è più considerato accidentale ma strutturale e deliberato. Il rapporto giunge in un contesto politico europeo particolarmente sensibile, segnato dal ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti – un evento che, secondo molti osservatori, potrebbe influenzare le dinamiche transatlantiche in materia di diritti e stato di diritto – e da un clima generale in cui le istituzioni comunitarie appaiono spesso impotenti di fronte alle derive nazionali.

L’assenza di progressi nella lotta alla corruzione e le tensioni con la magistratura

Uno dei capitoli più severi del dossier riguarda la stagnazione nella lotta alla corruzione e alla mancanza di trasparenza. Liberties rileva come, nonostante le sollecitazioni ripetute nel corso degli anni, non si siano registrati passi avanti significativi su questioni dirimenti come la regolamentazione del lobbying o l’efficacia dei meccanismi di contrasto ai conflitti di interessi. Questa inerzia, spiega il testo, si accompagna a una deriva preoccupante nei rapporti tra potere esecutivo e giudiziario: gli attacchi retorici ai magistrati – spesso accusati di essere politicizzati o di ostacolare l’operato del governo – sono diventati una costante del dibattito pubblico, alimentando quella tensione che il rapporto definisce “pressioni sull’equilibrio tra i poteri”.

Le conseguenze di questo clima si riverberano sulla qualità della democrazia. Gli esempi concreti, per quanto non esaustivi, includono i tentativi di riforma della giustizia che, secondo i critici, mirerebbero a ridurre l’autonomia della procura, e le polemiche ricorrenti sul servizio pubblico radiotelevisivo, finito più volte sotto accusa per presunte interferenze governative nella linea editoriale. A ciò si aggiungono le preoccupazioni espresse da numerose organizzazioni internazionali riguardo alle norme che limitano il diritto di protesta: il decreto sicurezza, convertito in legge dopo un iter parlamentare tumultuoso, introduce pene severe per il blocco stradale e per altre forme di manifestazione, elementi che per Liberties rappresentano un’ulteriore prova della volontà di restringere lo spazio di azione della società civile.

Le reazioni delle istituzioni e il peso delle raccomandazioni europee inattuate

La pubblicazione del rapporto arriva mentre i meccanismi di controllo dell’Unione europea mostrano tutti i loro limiti. Liberties sottolinea come, a distanza di anni dall’introduzione del ciclo annuale di rapporti sullo Stato di diritto da parte della Commissione europea, l’efficacia di questo strumento sia ancora largamente insufficiente. Dei cento rilievi formulati dall’esecutivo comunitario nel rapporto dell’anno precedente, la stragrande maggioranza non ha portato ad alcun cambiamento tangibile, e in tredici casi si è addirittura registrato un peggioramento. Questo divario tra le raccomandazioni – spesso ripetute identiche da un anno all’altro – e l’effettiva volontà politica dei governi nazionali rappresenta, secondo l’ong, il vero nodo della crisi dello Stato di diritto in Europa.

Nel caso specifico dell’Italia, il mancato recepimento delle indicazioni europee è stato più volte oggetto di confronti accesi, anche in sede parlamentare, dove in passato si sono registrati veri e propri boicottaggi da parte dei rappresentanti dell’esecutivo. Il rapporto Liberties, con la sua classificazione netta, cerca quindi di rompere questo schema di stallo, offrendo una chiave di lettura che va oltre le diplomazie istituzionali. La scelta di definire alcuni governi come “smantellatori” è un messaggio chiaro indirizzato sia all’opinione pubblica sia alle istituzioni europee: non siamo di fronte a semplici ritardi burocratici o a inadempienze tecniche, ma a un attacco deliberato ai principi fondanti dell’Unione, che richiederebbe risposte altrettanto decise.

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