L’addio a Craig Venter, il genoma e la rivoluzione silenziosa dei vaccini
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Redazione Esteri
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La notizia della scomparsa di Craig Venter, avvenuta il 29 aprile a San Diego all’età di 79 anni, segna la fine di un’era per la biologia molecolare, ma lascia sul campo un’eredità di dati e metodi troppo radicata per essere scalfita dal tempo. Se ne va una figura che molti definivano divisiva e che, in effetti, ha sempre camminato sul crinale sottile tra il genio visionario e lo scienziato "maverick", capace di sfidare progetti pubblici multimilionari con la forza di un’intuizione imprenditoriale. Venter, che aveva visto da vicino l’orrore della guerra in Vietnam spingendolo a studiare medicina, non si è mai limitato a "leggere" il codice della vita (come aveva fatto il Progetto Genoma Umano pubblico), ma ha ossessivamente cercato di riscriverlo, anticipando di decenni il concetto oggi in voga di “biologia sintetica”. E fu proprio questa ossessione per la costruzione, questa capacità di trattare il DNA come un software da reingegnerizzare, a generare una delle più importanti rivoluzioni parallele di cui pochi parlano: quella della vaccinologia genomica.
Per comprendere l’impatto concreto di Venter, è necessario tornare indietro al 1995, quando il suo team, allora allo sconcertante passo di lumaca della comunità scientifica, sequenziò per la prima volta il genoma di un organismo vivente, l'Haemophilus influenzae. Da quel momento, la disponibilità di sequenze batteriche divenne improvvisamente abbondante; e fu quella materia prima, quella montagna di dati, a permettere la nascita della "reverse vaccinology". A differenza dell’approccio classico (che cresce il patogeno per poi smontarne i pezzi), questo metodo, che procede al contrario leggendo prima il DNA e poi scegliendo gli antigeni al computer, fu messo a punto da Rino Rappuoli proprio sfruttando le scoperte di Venter. Non è una coincidenza, quindi, se il commento più lucido sulla morte del genetista arriva proprio da Rappuoli, oggi direttore scientifico della Fondazione Biotecnopolo di Siena, il quale ricorda come la lezione di Venter sia oggi più attuale che mai: usare la conoscenza del genoma per costruire soluzioni, senza distrazioni ideologiche.
La chimera della velocità e il banco dei virus sintetici
Questa "lente" genomica ha cambiato per sempre i tempi della ricerca. Dove prima servivano anni per coltivare un batterio e studiarne le proteine di superficie, con l’approccio di Venter bastavano potenza di calcolo e macchinari per sequenziare. Un salto tecnologico che divenne tangibile nel campo dell’influenza, quando nel 2010 la Novartis siglò un accordo con la Synthetic Genomics Vaccines Inc. (proprio l’azienda di Venter) per sviluppare ceppi virali sintetici. L’obiettivo era costruire una “banca” di virus pronti all’uso: non appena l’Oms avesse identificato il ceppo pandemico, i ricercatori avrebbero potuto inserire il codice genetico nel computer e sintetizzare il "seme" vaccinale in laboratorio, bypassando le lungaggini della coltivazione su uova o cellule vive. Questa tecnologia, che si potrebbe definire di "stampa" del DNA, riduceva i tempi di produzione di due mesi, un lasso di tempo decisivo per il contenimento di un’epidemia.
E tuttavia, nonostante la potenza di fuoco di queste intuizioni, la realtà fisica della biologia ha spesso opposto resistenza alla visione pionieristica di Venter. La creazione, annunciata nel 2010, della prima cellula batterica controllata da un genoma interamente sintetico (battezzata "Mycoplasma mycoides JCVI-syn1.0") fu un capolavoro ingegneristico, ma dimostrò anche la distanza abissale tra il disegno digitale e la "macchina vivente". Perché quella cellula, pur avendo il DNA scritto al computer, funzionava comunque all’interno del guscio di un'altra cellula esistente, dimostrando che la vita non è solo codice, ma anche un contesto fisico e chimico ereditato.
La malinconia della progettazione biologica
Craig Venter, che aveva fatto sequenziare il proprio genoma nel 2007 rendendolo pubblico (insieme a quello di Jim Watson), sembrava credere fermamente nella possibilità di sconfiggere la casualità dell’evoluzione attraverso la progettazione. Voleva entrare nell’"era del disegno della vita", come scrisse nel suo libro, convinto che l’umanità stesse per abbandonare il darwinismo passivo per abbracciare la creazione intenzionale. Ma la sua stessa fine, sopraffatto da un tumore nonostante la conoscenza assoluta del proprio DNA, restituisce tutta la tragica distanza tra la mappa e il territorio. Il suo lavoro, ciononostante, rimane incastonato nella tecnologia quotidiana: i vaccini anti-Covid a m-RNA, per esempio, pur non essendo una sua invenzione diretta, hanno beneficiato della velocità di sequenziamento e sintesi che la sua “Shotgun sequencing” rese possibile negli anni Novanta.
Se ne va quindi un pioniere che, come pochi altri, ha spostato l’ago della bilancia dalla scoperta passiva alla costruzione attiva. La sua eredità non è solo il primo genoma batterico o la prima cellula sintetica; è aver trasformato la biologia in una scienza ingegneristica e predittiva. Come suggerito da Rappuoli, la direzione è ora quella di accelerare con l’intelligenza artificiale e i big data, ma il primo, decisivo colpo di reni, quel cambio di paradigma che ha permesso di "pensare" al vaccino prima ancora di vedere il virus, lo dobbiamo a quell’ex surfista di Salt Lake City.




