La madre del ragazzo bullizzato a Torino esorta alla pace mentre la procura indaga

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mentre i video delle aggressioni, che qualcuno si è affrettato a diffondere nelle chat di gruppo, continuano a documentare una violenza difficile da comprendere, la voce che si leva più forte è, paradossalmente, quella che invita alla calma. La madre del quindicenne torinese, il quale ha denunciato di essere stato sequestrato e sottoposto a sevizie da un gruppo di coetanei durante la notte di Halloween, ha rivolto un appello accorato a quelli che, tra i suoi amici, avrebbero voluto organizzare una ritorsione. «L’odio e la violenza non portano a nulla, chiamano solo altra violenza», ha dichiarato, con una mitezza che appare quasi anacronistica in un contesto segnato da un’efferata crudeltà. Le sue parole, che risuonano con una forza morale inattesa, cercano di arginare un istinto primordiale di vendetta, tentando di spezzare quel circolo vizioso che, altrimenti, rischierebbe di autoalimentarsi all’infinito.

I fatti della notte di Halloween e l’avvio delle indagini

La dinamica di quanto accaduto, i cui dettagli sono al centro di un fascicolo aperto dalla Procura dei Minori, sta emergendo proprio attraverso quelle riprese e quei messaggi scambiati tra gli stessi minorenni. Le accuse, che includono il sequestro di persona, la violenza privata e quella sessuale, hanno già portato all’identificazione di tre giovani: due ragazzi, di quattordici e quindici anni, e una ragazza sedicenne che si sarebbero trovati con la vittima in quella che è stata definita, non a torto, una “notte degli orrori”. Alcuni di loro, stando a quanto si ricostruisce, erano già noti per episodi precedenti, come il danneggiamento della piazza del Comune avvenuto lo scorso gennaio, un dettaglio che delinea un percorso di progressiva devianza.

Il quadro psicologico e sociale della violenza giovanile

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, offre una chiave di lettura che va al di là della semplice cronaca nera, concentrandosi su un malessere condiviso. Secondo il suo punto di vista, che evita qualsiasi giudizio moralistico, sia la vittima che gli autori dei reati condividono una profonda fragilità, figlia di un’epoca in cui gli adulti faticano ad ascoltare le emozioni più profonde degli adolescenti. «Se questa fragilità non riesce a trovare le parole e i canali giusti per essere espressa», ha spiegato Lancini, «può facilmente trasformarsi in violenza». Una generazione, la sua, che sembra identificare l’età adulta proprio con l’esercizio della prevaricazione, trovando in esso una forma distorta di affermazione di sé.

Il confronto tra i giovani e le reazioni a caldo

Nei giorni successivi ai fatti, davanti alla scuola superiore Pininfarina, i gruppi di ragazzi appoggiati ai motorini continuavano a discutere animatamente di quanto accaduto. Tra di loro, circolavano le giustificazioni più disparate, come quella di chi sosteneva che la vittima, in passato, avesse a sua volta fatto del male a un compagno di scuola. Sono queste, del resto, le narrazioni che si costruiscono in fretta, tentando di dare un senso, seppur distorto, a gesti altrimenti incomprensibili; sono le voci che riempiono il vuoto lasciato dall’incapacità di gestire un conflitto, mostrando come il confine tra amicizia e ostilità possa diventare, in certi contesti, pericolosamente labile.

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