WhatsApp, l’antitrust Ue accusa Meta: «Abuso di posizione dominante sulle Ia concorrenti». Sul tavolo misure cautelari.

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La cornice regolatoria europea, da tempo ormai configurata come un argine alle storture concorrenziali prodotte dalle grandi piattaforme digitali, ha ingranato un’altra marcia. La Commissione europea, lo scorso lunedì, ha notificato a Meta Platforms Inc. una comunicazione di addebiti – formalmente uno Statement of Objections – che contesta alla società di Menlo Park di aver violato le norme antitrust dell’Unione. Oggetto del contendere è la politica, entrata in vigore lo scorso 15 gennaio, che ha di fatto trasformato WhatsApp in un ecosistema chiuso per l’intelligenza artificiale: da quella data, l’unico assistente virtuale accessibile all’interno dell’applicazione di messaggistica è Meta AI, il prodotto proprietario del gruppo. L’accesso agli assistenti di terze parti, compresi chatbot come ChatGPT o quelli sviluppati da operatori indipendenti, è stato reciso alla radice.

La mossa, annunciata da Meta già nell’ottobre del 2025 attraverso un aggiornamento unilaterale dei termini che regolano il WhatsApp Business Solution, non è passata inosservata a Bruxelles. L’indagine formale, aperta a dicembre, ha portato i funzionari europei a formulare un’ipotesi accusatoria chiara: WhatsApp detiene una posizione dominante nel mercato delle applicazioni di comunicazione consumer all’interno dello Spazio economico europeo, e Meta – si legge nelle carte – potrebbe aver abusato di questa posizione per avvantaggiare impropriamente il proprio assistente generativo, escludendo di fatto i rivali da un punto di accesso considerato strategico. La tesi della Commissione, guidata sul fronte della concorrenza dalla vicepresidente Teresa Ribera, è che la piattaforma di messaggistica rappresenti un canale di distribuzione primario per i chatbot e che sbarrarlo ai competitor equivalga a innalzare barriere all’entrata insormontabili, marginalizzando in modo forse irreversibile gli attori più piccoli in un mercato – quello dell’Ia conversazionale – ancora in fase embrionale ma dal potenziale dirompente.

Il rischio del danno irreparabile e lo spettro delle misure provvisorie

Ciò che rende il confronto particolarmente teso non è soltanto la natura delle contestazioni, ma la tempistica con cui Bruxelles intende agire. La Commissione, infatti, non si è limitata a inviare una comunicazione di addebiti: ha contestualmente aperto una procedura per l’adozione di misure cautelari anticipate. Si tratta di uno strumento giuridico potente, riservato ai casi in cui si ravvisi un’urgenza tale da richiedere un’intervento immediato prima ancora che il procedimento principale giunga a sentenza. L’obiettivo dichiarato è quello di scongiurare un pregiudizio grave e irreparabile al panorama competitivo europeo. Ogni giorno in cui WhatsApp rimane impermeabile ai servizi di terze parti, sostiene l’esecutivo Ue, è un giorno in cui i consumatori vengono incanalati forzatamente verso un’unica soluzione tecnologica e gli sviluppatori concorrenti perdono terreno, utenti e, potenzialmente, la capacità di attrarre investimenti.

La palla, a questo punto, passa a Meta. La società ha ora la facoltà di esercitare il proprio diritto di difesa, presentando osservazioni scritte e chiedendo un’audizione orale dinanzi ai funzionari europei. Sarà solo al termine di questa fase istruttoria che la Commissione deciderà se imporre davvero le misure cautelari, le quali potrebbero tradursi in un ordine di ripristinare l’accesso ai chatbot concorrenti alle stesse condizioni vigenti prima del 15 gennaio, e per tutta la durata dell’indagine. È un meccanismo che non pregiudica l’esito finale del caso, ma che ha l’effetto immediato di congelare lo status quo. Non è un caso che l’intervento dell’Antitrust Ue sull’asse WhatsApp-Ia arrivi dopo che analoghe iniziative erano già state intraprese a livello nazionale: l’Autorità garante della concorrenza italiana, a dicembre, aveva già adottato provvedimenti cautelari contro la capitolazione degli assistenti esterni, motivo per cui l’indagine europea – pur coprendo l’intero See – esclude espressamente il nostro Paese per evitare sovrapposizioni.

La difesa di Meta e il nodo della sovranità tecnologica

Di fronte all’accerchiamento regolatorio, la linea difensiva di Meta è netta e si articola su più livelli. Da un lato, l’azienda respinge la premessa fattuale su cui si basa l’accusa: WhatsApp, sostengono i portavoce del gruppo, non sarebbe affatto un canale di distribuzione decisivo per i chatbot. Gli utenti, argomenta la multinazionale, hanno a disposizione una pluralità di vie per interagire con l’intelligenza artificiale – gli app store, i sistemi operativi, i browser, i plugin di posta elettronica e le partnership industriali – e sostenere il contrario costituirebbe un errore logico. Dall’altro lato, Meta difende la legittimità tecnica della propria scelta. L’infrastruttura di WhatsApp, progettata per facilitare la comunicazione diretta tra aziende e clienti, non sarebbe stata concepita per sostenere il carico operativo di servizi Ia autonomi che agiscono come app dentro l’app. La modifica dei termini, in quest’ottica, non sarebbe una manovra escludente bensì un intervento di manutenzione architetturale necessario a preservare l’integrità del sistema.

Al di là degli argomenti giuridici e ingegneristici, tuttavia, lo scontro si inserisce in una dialettica più ampia che vede nuovamente contrapposte Bruxelles e la Silicon Valley. La volontà della Commissione di intervenire in modo così perentorio – con il ricorso a misure provvisorie mai banali da ottenere – segnala una crescente insofferenza verso quelle che vengono percepite come strategie di leverage, ovvero l’utilizzo del controllo esercitato in un mercato per estendere il proprio potere in un mercato contiguo. E sebbene Meta continui a ribadire che l’Europa non abbia ragioni per intervenire, il fatto che la notifica degli addebiti arrivi a poche settimane dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca aggiunge una sottotraccia geopolitica a una partita che, almeno formalmente, rimane confinata al diritto della concorrenza. I dati, la loro circolazione e il controllo delle interfacce utente restano il vero campo di battaglia, e WhatsApp – con i suoi decine di milioni di utenti attivi mensilmente nella sola Ue – è diventato il fronte più caldo.

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