Trump mette nel mirino L’Avana: “Diaz-Canel deve andarsene”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La crisi cubana diventa lo scenario di una nuova, muscolare partita diplomatica voluta dall’amministrazione Trump. A meno di un anno e mezzo dal suo ritorno alla Casa Bianca, il presidente americano sta mettendo in pratica una strategia di massima pressione sull’isola, approfittando del collasso economico e della morsa energetica in cui versa il paese. Le rivelazioni del New York Times, basate su testimonianze di quattro fonti a conoscenza dei colloqui in corso tra Washington e L’Avana, dipingono un quadro chiaro: per sbloccare i negoziati e procedere verso una normalizzazione dei rapporti — o quantomeno verso una tregua commerciale — gli Stati Uniti avrebbero posto una condizione non negoziabile, ovvero il passo indietro dell’attuale presidente cubano, Miguel Díaz-Canel.

Il nodo politico: la testa di Díaz-Canel per salvare il regime

Non si tratterebbe, secondo quanto filtra dagli ambienti diplomatici, di un ultimatum volto a rovesciare il sistema comunista che governa L’Avana da sessantasette anni. Al contrario, l’obiettivo dell’esecutivo guidato da Donald Trump sembrerebbe essere quello di un ricambio al vertice che lasci in piedi la struttura di potere esistente, inclusi i membri della famiglia Castro. L’amministrazione repubblicana, infatti, considera l’attuale capo di stato un “falco” poco incline ad accettare quelle riforme economiche strutturali che, viceversa, un nuovo leader potrebbe invece concedere per far uscire l’isola dall’abisso in cui è precipitata. Una mossa, questa, che ricorderebbe la soluzione adottata in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro, dove l’interlocutrice scelta da Washington è divenuta Delcy Rodríguez, giudicata più pragmatica e disposta al dialogo. Le stesse fonti citate dal quotidiano newyorkese precisano che la richiesta non è stata presentata come una imposizione, bensì come una indicazione affinché siano gli stessi cubani a decidere come procedere, ma la sostanza non cambia: Díaz-Canel è considerato un ostacolo.

L’assedio energetico e il collasso dell’isola

Le condizioni materiali in cui versa Cuba fanno da sfondo, e da potente leva, a questa pressione politica. Da oltre tre mesi, come confermato dallo stesso Díaz-Canel, non arriva più petrolio venezuelano sulle coste dell’isola, un flusso vitale che per anni aveva garantito la sopravvivenza del regime in barba all’embargo statunitense. La cattura di Maduro, avvenuta a inizio gennaio durante un’operazione militare americana, ha di fatto spezzato la spina dorsale del sistema energetico cubano. A questo si è aggiunta la minaccia di dazi e sanzioni verso qualsiasi altra nazione, come il Messico, che tenti di rifornire L’Avana di combustibile. Il risultato è stato il collasso totale della rete elettrica nazionale, con blackout che hanno gettato nell’oscurità e nel caos i dieci milioni di cubani, costringendo gli ospedali a ridurre gli interventi e la popolazione a forme di protesta inedite, come i cacerolazos al buio o i rari atti di disobbedienza pubblica. La crisi umanitaria, con scarsità di cibo e medicine, è sotto gli occhi di tutti e rappresenta il terreno fertile su cui l’amministrazione Trump intende seminare il proprio progetto di “regime change” economico, più che militare.

L’apertura commerciale come cavallo di Troia

Paradossalmente, mentre la pressione sale, dai colloqui emergono spiragli inediti. Il vicepremier e ministro del Commercio Estero cubano, Oscar Pérez-Oliva Fraga — nipote del defunto leader Fidel Castro — ha concesso un’intervista alla NBC in cui ha annunciato la volontà de L’Avana di aprire agli investimenti statunitensi e, fatto senza precedenti, di permettere ai cubani residenti negli Stati Uniti e ai loro discendenti di possedere attività e società private sull’isola. Un’apertura che riguarderebbe settori chiave come il turismo, l’industria mineraria e la disastrata rete elettrica, e che il ministro ha definito come un tentativo di creare “un ambiente dinamico per gli affari”. Una mossa disperata per iniettare ossigeno in un’economia in fin di vita, ma che l’amministrazione Trump legge in modo diametralmente opposto: l’ingresso di capitali e imprenditoria privata — soprattutto quella dell’esilio, storicamente ostile al castrismo — potrebbe rivelarsi il cavallo di Troia perfetto per minare dall’interno le fondamenta del regime, senza bisogno di un intervento militare diretto che Washington, per ora, non ha mai escluso ma nemmeno formalizzato.

Il quadro più ampio: la dottrina Trump tra Iran e America Latina

La vicenda cubana si inserisce in un disegno strategico più ampio, che il presidente ha più volte delineato pubblicamente. Dopo l’operazione in Venezuela e mentre è in corso un conflitto ad alta intensità contro l’Iran, Cuba rappresenta il terzo polo di una politica estera che non disdegna l’uso della forza — o la sua minaccia — per ridefinire gli equilibri regionali. Donald Trump ha dichiarato senza mezzi termini di ritenere “un onore” poter “prendere Cuba in qualche forma”, aggiungendo di poter “fare tutto quello che voglio” con l’isola, ormai “indebolita” e pronta a cadere come un domino. Una visione che trova sponda in settori del Congresso e tra i falchi del Partito Repubblicano, come il senatore Lindsey Graham, secondo cui “Cuba sarà la prossima” dopo la caduta di Maduro. Il segretario di stato Marco Rubio, figura chiave in questa partita per le sue origini cubane, sarebbe tra i principali artefici della linea dura che mira a sfruttare l’agonia economica del paese per ottenere ciò che decenni di embargo non sono riusciti a strappare: lo smantellamento del monopolio politico castrista, anche a costo di trattare con chi, nel regime, appare più disponibile a cedere su alcuni punti pur di sopravvivere.

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