Le borse affondano tra il petrolio e l’incubo recessione, ma le trimestrali reggono l’urto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’ultima seduta di aprile, condizionata dalle chiusure per il Primo Maggio che hanno reso la giornata una sorta di spartiacque prima della pausa, ha consegnato ai mercati europei un verdetto di pesantezza che sembrava ormai consolidato. Se da un lato i listini hanno cercato di reagire ai dati macroeconomici – si pensi al Pil tedesco, italiano e spagnolo, risultati migliori delle attese nonostante un contesto avverso –, dall’altro l’incedere implacabile della crisi in Medio Oriente ha continuato a erodere qualsiasi slancio rialzista. Le speranze di una soluzione del conflitto con l’Iran, come noto, si sono ridotte a un lumicino, e i timori di una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz hanno letteralmente messo le ali al petrolio, il cui prezzo continua a premere sull’acceleratore.

Il barile sale, l’economia trema: l’effetto Hormuz

Ciò che rende particolarmente complesso l’attuale scenario è la natura simultanea dei due shock: quello energetico, alimentato dalla chiusura di un passaggio cruciale per le forniture mondiali, e quello legato alla fiducia, ormai compromessa dalla paura di una recessione. Il greggio, come documentato nelle cronache di giornata, ha toccato picchi notevoli prima di ritracciare leggermente, ma la sua traiettoria resta in ascesa. Questa corsa, come osservano molti analisti, rischia di tradursi in una stangata per le economie occidentali, già fragili dopo un primo trimestre caratterizzato da una crescita anemica. La reazione dei listini, in effetti, fotografa questa ambivalenza: Parigi ha ceduto oltre un punto percentuale, Milano ha arretrato di circa mezzo punto, e solo Londra ha tenuto testa grazie al peso specifico del settore energetico, che sulla piazza londinese ha un’incidenza maggiore rispetto alle rivali continentali.

Pioggia di trimestrali, tra delusioni e scudi anti-crisi

In questo mare magnum di incertezza, la stagione delle trimestrali ha rappresentato una sorta di ancora di salvezza, sebbene con esiti differenziati. A Piazza Affari, ad esempio, il caso più emblematico è stato quello di Stellantis, i cui conti hanno deluso le aspettative degli analisti, in particolare per quanto riguarda le performance nordamericane, scatenando una pioggia di vendite che ha fatto crollare il titolo. All’opposto, colossi come Eni hanno beneficiato del rincaro delle materie prime, dimostrando come, in un contesto di guerra e embargo, le aziende legate all’energia diventino inevitabilmente un rifugio. Non solo, perché l’effetto valanga si è esteso anche al resto d’Europa. I titoli bancari hanno sofferto particolarmente – si veda il calo di BNP Paribas o Credit Agricole – sotto i colpi dell’avversione al rischio e delle incertezze legate alla politica monetaria, con la Federal Reserve che ha congelato il taglio dei tassi e la Bce attesa al varco per le decisioni future.

Il rumore geopolitico oltre i numeri

Tuttavia, ridurre l’analisi di oggi ai soli movimenti dei prezzi sarebbe riduttivo, perché a fare da vero spartiacque è stata la comunicazione proveniente da Washington e Teheran. Le dichiarazioni secondo cui l’amministrazione Trump – guidata da un presidente ormai insediato da più di un anno, la cui rielezione è ormai un dato acquisito – starebbe valutando operazioni militari per riaprire il canale, eventualità che potrebbe coinvolgere forze di terra, hanno gettato benzina sul fuoco delle speculazioni. La risposta iraniana non si è fatta attendere, con la minaccia di rappresaglie «lunghe e dolorose» che ha di fatto annullato i (pochi) effetti positivi del cessate il fuoco proclamato all’inizio di aprile. Per gli investitori, quindi, ciò che conta non è tanto la percezione di un pericolo imminente quanto la consapevolezza che lo Stretto rimarrà ostruito chissà per quanto, alterando per un periodo indefinito le catene di approvvigionamento e le politiche dei prezzi.

La riscossa di aprile e il peso dei profitti attesi

Nonostantela gelata di marzo e le scosse di assestamento di questi giorni, c’è chi osserva che aprile abbia comunque regalato una riscossa ai mercati azionari, con Milano in testa alle classifiche di rendimento grazie a un parziale +8,5%. La chiave di lettura fornita da alcuni esperti, tra cui il responsabile della ricerca Roberto Rossignoli, suggerisce di guardare oltre il «rumore geopolitico» per concentrarsi sugli utili. E in effetti, gran parte delle società europee ha battuto le stime più pessimistiche. Se si esclude il comparto energetico, i profitti sono cresciuti comunque quasi del 4%, un dato non eclatante ma sufficiente a evitare il tracollo generalizzato. Questo scarto tra un contesto macro disastroso e una microeconomia che resiste rappresenta la vera contraddizione di questo scorcio di primavera, una tensione che promette di tenere banco anche nelle prossime settimane.

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