Un vaccino a tripla azione cancella i tumori in un terzo dei pazienti: i dettagli dello studio

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Una sperimentazione clinica internazionale, condotta su un campione di 102 pazienti distribuiti in 11 diversi paesi, ha prodotto quelli che i medici stessi non hanno esitato a definire risultati “senza precedenti”. Il farmaco oggetto dello studio, un vaccino antitumorale noto come amivantamab, ha dimostrato di possedere una efficacia tale da ridurre significativamente, se non eliminare del tutto, le masse tumorali in una percentuale sorprendente dei soggetti trattati.

In particolare, tra i partecipanti – tutti affetti da tumore alla testa e al collo, una patologia che occupa il sesto posto tra le forme oncologiche più diffuse a livello globale – si è osservato un netto miglioramento già nel giro di poche settimane dall’inizio delle iniezioni.

Il dato più eclatante emerso dall’analisi, i cui dettagli sono stati resi pubblici in occasione del congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) tenutosi a Chicago, riguarda l’entità della risposta terapeutica.

Su 102 pazienti, le cui condizioni erano particolarmente critiche perché affetti da forme di cancro in fase metastatica o recidivante e ormai resistenti ai trattamenti standard come chemioterapia e immunoterapia, si è registrata una netta regressione della malattia in 43 individui. Di questi, ben 15 hanno raggiunto quella che viene definita “remissione completa”, ovvero la totale assenza di malattia rilevabile attraverso gli esami radiografici, mentre gli altri 28 hanno mostrato una riduzione drastica delle dimensioni del tumore.

Il meccanismo d’azione e la somministrazione del farmaco

A differenza di molti altri protocolli terapeutici, l’amivantamab – sviluppato dalla multinazionale Johnson & Johnson – non viene somministrato per via endovenosa ma tramite una semplice iniezione sottocutanea, una procedura che si rivela più rapida e meno invasiva per il paziente e che ne facilita la gestione anche in ambito ambulatoriale.

La sua azione, definita “a tripla azione” dai ricercatori, si basa su un meccanismo molecolare complesso: l’anticorpo monoclonale è in grado di bloccare simultaneamente due vie di segnalazione cellulare, l’EGFR (recettore del fattore di crescita epidermico) e il MET, che sono spesso sfruttate dalle cellule tumorali per proliferare e per sviluppare resistenza alle cure.

Contemporaneamente, come spiega un documento dell’Istituto Nazionale dei Tumori, il farmaco contribuisce ad attivare il sistema immunitario, inducendolo a riconoscere e attaccare direttamente le cellule cancerose.

L’impatto sui pazienti resistenti alle terapie e il contesto dello studio

La portata di questi risultati va valutata tenendo conto del profilo estremamente severo dei pazienti arruolati. Non si trattava di soggetti alla prima diagnosi, bensì di individui la cui malattia era progredita nonostante l’esposizione a cicli di immunoterapia e chemioterapia a base di platino.

In questo contesto, dove le opzioni residue sono generalmente limitate e le percentuali di successo si attestano su valori molto bassi (raramente superiori al 24% con i farmaci tradizionali come paclitaxel o cetuximab), il tasso di risposta obiettiva confermato del 42% rappresenta un’anomalia statistica estremamente positiva.

Kevin Harrington, professore di terapie biologiche contro il cancro presso l’Institute of Cancer Research di Londra, ha definito “eccezionalmente forti” questi riscontri, sottolineando come la durata della risposta sia stata particolarmente longeva; a undici mesi e mezzo di follow-up, i dati indicano che la maggior parte dei pazienti non ha ancora mostrato una progressione della malattia, un segnale di durabilità dell’effetto terapeutico molto incoraggiante.

Le prospettive oltre il tumore testa-collo

Sebbene il trial OrigAMI-4 (questo il nome ufficiale dello studio) si sia concentrato esclusivamente sul carcinoma squamoso della testa e del collo, escludendo volutamente i pazienti con tumori HPV-positivi per focalizzarsi sulle forme più difficili da trattare, gli addetti ai lavori sottolineano come l’amivantamab non sia certo una novità assoluta in oncologia.

Già approvato in precedenza per alcune forme di tumore al polmone non a piccole cellule, il farmaco è attualmente oggetto di valutazione in circa sessanta studi clinici che ne stanno testando l’efficacia contro altre neoplasie, tra cui quelle del colon-retto, del cervello e dello stomaco. La molecola ha mostrato un profilo di sicurezza gestibile; gli effetti collaterali, per lo più di grado lieve o moderato, hanno portato all’interruzione del trattamento in meno di un paziente su dieci, un dato che conferma la fattibilità della terapia anche in un contesto di malattia avanzata.

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