Gerusalemme, le sette pasque blindate nella città vecchia deserta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Il monastero di San Salvatore, situato nel cuore della Gerusalemme vecchia ormai blindata e inaccessibile ai non residenti, ha offerto in questi giorni uno spettacolo tanto singolare quanto toccante. Al suo interno, una nutrita comunità di fedeli provenienti dall’India – bambini per mano e vestiti a festa – ha anticipato la celebrazione della prima delle sette Pasque che scandiranno la settimana santa in una città praticamente deserta. La grande chiesa cattolica, gestita dai francescani della Custodia di Terra Santa, ha così accolto un’ondata di devozione che sembra voler sfidare il silenzio imposto dalle restrizioni belliche, restituendo un frammento di normalità in un contesto dove la parola “assedio” non è solo un termine militare, ma una condizione esistenziale.
Il Santo Sepolcro chiuso ai fedeli e il rito trasmesso in streaming
Le celebrazioni del Triduo pasquale si sono svolte in una dimensione totalmente inedita, persino per una terra abituata ai conflitti. La basilica del Santo Sepolcro, cuore pulsante della cristianità, ha dovuto tenere le sue porte sbarrate ai pellegrini, osservando pedissequamente le rigide disposizioni imposte dalle autorità per garantire la sicurezza in un’area costantemente sotto la minaccia dei razzi. Al suo interno, il patriarca Pierbattista Pizzaballa, attorniato dai frati francescani residenti nei locali attigui e da pochi altri concelebranti, ha presieduto la veglia pasquale a un orario decisamente insolito – di primo mattino – per rispettare le complesse regole dello Status Quo. La solennità del rito, trasmesso in diretta video sui canali social del Patriarcato latino e della Custodia, è stata affidata alle mani esperte degli operatori del Christian Media Center, unici autorizzati, insieme al clero, a varcare quei cancelli.
Via Crucis blindata: sei frati e duecento militari tra i vicoli vuoti
La tradizionale Via Crucis che serpenteggia lungo le pietre usurate della Via Dolorosa ha assunto i contorni di un’operazione militare più che di una processione di fede. A svuotare i vicoli della città murata, che ogni anno accoglie milioni di pellegrini, non è stato stavolta il virus del lockdown del 2020, ma il ben più concreto “virus della guerra”. Le regole di sicurezza, ferree e inflessibili, hanno ridotto il corteo a una manciata di partecipanti: sei frati guidati dal custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, scortati da un imponente dispiegamento di duecento militari. È in questo contrasto stridente – la solitudine dei religiosi contrapposta alla pesantezza dell’apparato di sicurezza – che si misura la drammaticità di una Pasqua vissuta all’ombra delle sirene.
L’intervista a padre Faltas: scuole chiuse e la speranza nonostante tutto
A raccontare il disagio profondo di questa comunità è padre Ibrahim Faltas, responsabile delle scuole della Custodia di Terra Santa. In un’intervista che coglie l’essenza di questo periodo, il religioso non nasconde la difficoltà di vedere il Santo Sepolcro sbarrato e di registrare la sofferenza che attanaglia Gaza e la Cisgiordania, dove la gente – spiega – soffre da troppo tempo. «Non è una Pasqua di gioia», ammette, sottolineando come le celebrazioni blindate non tolgano però la forza della fede in Cristo Risorto. Il suo sguardo si posa sulle macerie materiali e morali di un territorio lacerato, dove la preghiera diventa l’ultimo baluardo contro la disperazione, in attesa che quel silenzio rotto solo dal rombo lontano dei bombardamenti possa finalmente lasciare spazio a un autentico messaggio di pace.




