Mancini: «Ho sperato di tornare in Nazionale dopo Spalletti, sognavo di chiudere alla Samp»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Roberto Mancini, intervenendo al Festival dello Sport di Trento, ha ripercorso con franchezza la sua avventura da commissario tecnico della Nazionale italiana, un’esperienza che, nonostante il clamoroso addio nell’estate del 2023, definisce senza esitazioni “la più bella e importante” della sua carriera. Accettare quell’incarico, ha spiegato, fu una scelta quasi ovvia perché la panchina azzurra rappresenta un sogno per qualsiasi allenatore, un traguardo che racchiude in sé un’emozione unica e un onore difficilmente eguagliabili. Rievoca, con la consapevolezza di chi ha compiuto un’impresa storica, quel trionfo europeo del 2021 conquistato a Wembley, un traguardo che prima d’allora sembrava, per usare le sue parole, “qualcosa di impossibile”, reso reale dalla capacità di spingersi oltre i propri limiti e da un gruppo che, nel momento del suo massimo splendore, si sentiva letteralmente imbattibile.
Il rimpianto per la mancata riconferma
Proprio per questo legame così profondo, l’allenatore ha confessato di aver coltivato la speranza, dopo l’improvvisa dipartita di Luciano Spalletti, di poter fare ritorno a guidare la squadra nazionale. “Sì, me l’aspettavo, anche se sapevo fosse difficile”, ha ammesso Mancini, svelando un’amarezza trattenuta ma palpabile. Quel desiderio di essere lui il successore designato, tuttavia, si è scontrato con una realtà fatta di precedenti incomprensioni, che lui stesso ha giudicato “evitabili”, sottolineando come, con un po’ di chiarezza in più, si sarebbe potuto aprire la strada per una ripartenza senza ulteriori strappi. Pur riconoscendo il buon lavoro dell’attuale ct Gattuso, ha fatto notare come molti dei giovani che stanno crescendo oggi nel vivaio azzurro fossero già stati selezionati e lanciati durante il suo mandato, un dettaglio che aggiunge profondità alla sua riflessione.
La nostalgia del campo e il futuro blucerchiato
La lontananza dai campi di gioco, del resto, gli pesa in maniera significativa, come lui stesso ha tenuto a precisare: “Mi manca allenare, come manca a tutti gli ex calciatori”, un sentimento comune a molti che hanno vissuto una vita dentro lo spogliatoio e che faticano ad abituarsi al silenzio delle tribune. È una mancanza che lo spinge a guardare al futuro, sebbene con la pacatezza di chi non ha più fretta, e a immaginare il proprio approdo finale. E qui, la risposta non ammette tentennamenti: alla domanda se concluderà la sua carriera nella Sampdoria, la sua replica è stata un secco e convinto “Sicuro!”. Non si tratta di una semplice suggestione dettata dalla nostalgia, ma di un auspicio che per lui suona quasi come una certezza, un destino a cui non intende sottrarsi.
Un legame che va oltre il semplice ricordo
Quel ritorno in blucerchiato, del quale non ha voluto anticipare i tempi, appare come il coronamento naturale di una storia d’amore ininterrotta, iniziata da calciatore e proseguita nel cuore. La sua recente visita a Bogliasco, in veste di semplice tifoso, durante lo scorso campionato, ne è una prova tangibile; un pomeriggio in cui, tra i vecchi compagni di squadra e la presenza di suo figlio Andrea nel ruolo di dirigente, ha potuto respirare nuovamente quell’aria di casa. Un’atmosfera, quella, che per lui rappresenta molto più di un ricordo e che, un giorno, tornerà a vivere da protagonista, chiudendo idealmente un cerchio che a Genova era rimasto aperto.




