Starmer accusa: «Kanye West al Wireless? Decisione preoccupante» mentre Pepsi e Diageo ritirano le sponsorizzazioni
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La miccia, in realtà, era già stata accesa da qualche settimana quando gli organizzatori del Wireless Festival avevano annunciato il ritorno del rapper statunitense (che oggi utilizza legalmente il nome Ye) come headliner per tutte e tre le serate dell’edizione di luglio. Eppure, è solo nell’ultimo fine settimana che la polemica è esplosa con una violenza inaspettata, travolgendo gli sponsor principali e costringendo il primo ministro Keir Starmer a intervenire direttamente sulla vicenda. La posta in gioco, per un evento che si tiene al Finsbury Park – un’area verde situata nel nord di Londra – e che prevede un afflusso stimato di circa cinquantamila persone al giorno, è diventata immediatamente politica, ben prima che potesse diventare musicale.
Starmer, citato dal «Sun», ha infatti definito la scelta di ingaggiare l’artista «estremamente preoccupante», sottolineando come l’artista venga premiato con un palco nonostante i suoi precedenti legati a dichiarazioni antisemite e alla celebrazione del nazismo. «L’antisemitismo in qualsiasi forma è abominevole – ha tuonato il premier – e deve essere contrastato con fermezza ovunque si manifesti». Una presa di posizione che ha trasformato la tre giorni di luglio in un caso nazionale, costringendo i vertici di Festival Republic (la società organizzatrice) a difendere un cartellone che, fino a pochi giorni fa, sembrava intoccabile dal punto di vista commerciale.
La fuga degli sponsor e il silenzio degli organizzatori
La reazione più immediata e tangibile, in queste ore, è arrivata però dai grandi marchi internazionali che gravitano attorno al festival. Pepsi, main sponsor dell’evento e che vantava una partnership decennale, è stata la prima a virare bruscamente: in una nota ufficiale diffusa nella giornata di domenica, l’azienda ha confermato il ritiro della sponsorizzazione, un gesto che di fatto priva la kermesse del suo principale sostegno economico e di branding. Non è stata la sola, perché a ruota si è mossa anche Diageo, il colosso britannico dei distillati proprietario di marchi come Johnnie Walker e Captain Morgan; la società ha fatto sapere di aver informato gli organizzatori delle proprie riserve, aggiungendo che «così come stanno le cose, Diageo non sponsorizzerà il Wireless Festival nel 2026». A queste defezioni si aggiunge anche Rockstar Energy, che secondo quanto riportato dalla stampa specializzata avrebbe seguito l’esempio delle altre, anche se al momento non è arrivata una conferma ufficiale dalla società.
Curiosamente, l’ecosistema digitale del festival ha risposto a queste pressioni rimuovendo dalla home page del sito ufficiale la sezione dedicata ai partner, quella che fino a pochi giorni fa elencava con orgoglio Pepsi, Captain Morgan e PayPal come sponsor principali. Un silenzio che, in un contesto simile, pesa più di mille parole: gli organizzatori, per ora, non hanno ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche né sulla possibilità di sostituire i brand fuggiti, né tantomeno sull’opportunità di rinunciare definitivamente allo show di Ye.
Il fronte politico: il caso approda in Parlamento
Se il fronte economico trema, quello politico si sta muovendo su due direttrici parallele: da un lato la condanna morale dell’esecutivo, dall’altro la richiesta esplicita di interventi concreti come il diniego del visto d’ingresso. La deputata laburista Rachel Maskell è stata tra le prime a chiedere ufficialmente che il rapper venga tenuto fuori dai confini britannici, un’opzione che il governo non può ignorare visto il precedente australiano dello scorso anno (quando Canberra negò l’ingresso a Ye dopo l’uscita del brano «Heil Hitler»). Anche il leader dei liberal democratici, Ed Davey, ha sposato la stessa linea, sostenendo che serva più fermezza nella lotta all’antisemitismo e che la presenza del rapper rappresenti una «questione estremamente seria». La destra conservatrice, rappresentata dalla neo-leader Kemi Badenoch, ha aggiunto pressione: «Non possiamo dare una piattaforma a chi diffama il popolo ebraico».
Dal canto suo, il ministero dell’Interno britannico (Home Office) ha fatto sapere di non aver ancora ricevuto alcuna richiesta formale di visto da parte di Kanye West, lasciando quindi aperta una finestra temporale entro cui la situazione potrebbe ancora evolvere. Tuttavia, il clima è quello di una resa dei conti annunciata: l’artista non suona nel Regno Unito dal lontano 2015 (quando aveva headlinato il Glastonbury), e il fatto che il suo ritorno debba avvenire in un parco pubblico a pochi chilometri dal centro di Londra, sotto l’occhio vigile di Scotland Yard e delle associazioni ebraiche, rende l’operazione logistica un vero e proprio campo minato.
Le ombre del passato e le scuse recenti
La memoria, nel mondo della musica, è spesso corta, ma non in questo caso. Ye, negli ultimi tre anni, ha accumulato un curriculum di dichiarazioni che avrebbero messo in ginocchio qualsiasi altra carriera: dall’aver indossato magliette con la scritta «White Lives Matter» durante la settimana della moda di Parigi, all’aver postato su X (ex Twitter) la volontà di andare «death con 3» contro gli ebrei, fino alla messa in vendita di magliette con svastiche e alla realizzazione di un brano intitolato «Heil Hitler» nel maggio del 2025. Quest’ultimo episodio, in particolare, gli era costato il veto per l’Australia e una serie di rotture contrattuali con colossi come Adidas e Balenciaga.
Eppure, in una mossa che molti hanno definito tattica, l’artista ha cambiato rotta all’inizio di quest’anno: nel gennaio del 2026 ha pubblicato una pagina intera di scuse sul «Wall Street Journal», dichiarandosi «profondamente mortificato» e attribuendo i propri eccessi a un «episodio maniacale di quattro mesi» causato dal disturbo bipolare. «Non sono un nazista né un antisemita», scriveva Ye nell’inserzione, aggiungendo di aver «perso il contatto con la realtà». Nonostante la resipiscenza, però, il danno d’immagine non è stato riparato, e l’ombra delle dichiarazioni passate è tornata a oscurare il presente proprio mentre i biglietti per il Wireless stavano per andare in vendita generale.
A complicare ulteriormente il quadro, infine, c’è anche la posizione delle autorità locali. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, ha preso le distanze dalle scelte degli organizzatori, precisando che «i commenti e le azioni passate di questo artista sono offensive e sbagliate» e che «non rispecchiano i valori di Londra», aggiungendo però che la decisione di ingaggiarlo spetta esclusivamente agli organizzatori e non al municipio. Un’uscita, quella di Khan, che cerca di bilanciare il politically correct con la necessità di non inimicarsi un settore, quello dell’intrattenimento, che a Londra muove milioni di sterline. Nel frattempo, il tempo stringe: l’estate è vicina, e la domanda che aleggia su Finsbury Park non è più «se» Ye suonerà, ma piuttosto «chi» avrà il coraggio di fermarlo.




