Campari archivia il 2025 con ricavi in leggera flessione ma utile in crescita e un dividendo da 0,1 euro
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Redazione Economia
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Il gruppo Campari ha chiuso l’esercizio 2025 con numeri che, al netto di qualche effetto valutario e di eventi straordinari, mostrano una tenuta complessiva della struttura industriale e finanziaria; il consiglio di amministrazione, riunitosi mercoledì 4 marzo sotto la presidenza di Simon Hunt, ha approvato il bilancio d’esercizio proponendo all’assemblea degli azionisti un dividendo di 0,10 euro per azione, in rialzo del 54 per cento rispetto ai 0,065 euro distribuiti l’anno precedente, una cedola che porta il payout ratio al 35 per cento e che riflette, secondo quanto comunicato dalla società, la solida generazione di cassa e la riduzione anticipata dell’indebitamento.
I ricavi consolidati si sono attestati a 3.051 milioni di euro, segnando un calo complessivo dello 0,6 per cento rispetto al 2024, quando si erano fermati a 3,07 miliardi, ma l’andamento organico – depurato cioè degli effetti di cambio e di perimetro – è risultato positivo per il 2,4 per cento, una performance che sale al 3 per cento qualora si escluda l’impatto negativo degli uragani che hanno colpito le operazioni in Giamaica, dove il gruppo produce tra gli altri il rum Appleton Estate e dove la flessione registrata nel quarto trimestre ha inciso per circa 21 milioni di euro. La crescita organica, spiegano dagli uffici di Sesto San Giovanni, è stata trainata in particolare dagli aperitivi – con Aperol e Campari che continuano a guadagnare quote in quasi tutti i mercati – e dalla tequila Espolòn, mentre l’effetto cambio negativo, pari a 3 punti percentuali, ha penalizzato la conversione in euro delle vendite realizzate soprattutto nelle Americhe, area nella quale il gruppo realizza una parte significativa del proprio fatturato.
Passando all’analisi dei margini, l’EBITDA rettificato si è attestato a 785,2 milioni di euro, in aumento del 7,2 per cento rispetto all’esercizio precedente con un progresso organico del 7,6 per cento e un’incidenza sui ricavi salita al 25,7 per cento, mentre l’EBIT rettificato ha raggiunto i 637 milioni di euro, in crescita del 5,4 per cento su base organica, con un margine sulle vendite migliorato di 60 punti base al 20,9 per cento. L’utile netto di pertinenza del gruppo, al netto delle componenti straordinarie e degli oneri di ristrutturazione, si è portato a 386 milioni di euro, in rialzo del 2,7 per cento, ma se si considera l’utile netto complessivo comprensivo delle poste non ricorrenti, il balzo è stato ben più marcato: +71,7 per cento a 346 milioni di euro, un balzo che deriva in larga parte dalle plusvalenze realizzate con le cessioni di alcuni marchi non strategici e di partecipazioni, tra le quali spiccano la vendita del marchio Cinzano e dello stabilimento australiano, operazioni che rientravano nel più ampio programma di razionalizzazione del portafoglio e di rafforzamento patrimoniale.
La riduzione del debito corre più veloce del previsto e apre spazi per la remunerazione degli azionisti
Uno degli elementi che ha maggiormente colpito gli analisti, e che il management non ha mancato di sottolineare nel corso della conference call con la comunità finanziaria, riguarda la dinamica dell’indebitamento finanziario netto, sceso a 1,958 miliardi di euro al 31 dicembre 2025, un livello che porta il rapporto tra debito netto e EBITDA a 2,5 volte, centrando con un anno di anticipo rispetto alle previsioni il target che il gruppo si era dato dopo l’acquisizione di Courvoisier, operazione che alla fine del 2023 aveva fatto schizzare la leva finanziaria oltre 3,6 volte. La generazione di cassa, favorita dalla crescita organica e dalla disciplina sul capitale circolante, ha toccato i 571 milioni di euro in termini di free cash flow ricorrente, consentendo non solo di accelerare il rimborso del debito ma anche di incrementare la remunerazione per gli azionisti senza compromettere la flessibilità finanziaria necessaria per eventuali operazioni di sviluppo, anche se sul punto il ceo Simon Hunt è stato piuttosto cauto, ribadendo che la priorità immediata resta il consolidamento della struttura patrimoniale piuttosto che nuove acquisizioni di grande rilievo.
Gli effetti dei dazi americani e le previsioni per il 2026 tra inflazione e nuove strategie commerciali
Guardando alle prospettive per l’esercizio in corso, il management ha fornito alcune indicazioni di massima, precisando che ci si attende una prosecuzione del ritmo di crescita organica dei ricavi e un leggero miglioramento della redditività operativa, nonostante l’impatto dei dazi imposti dall’amministrazione Trump – che con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha mantenuto un approccio protezionistico in materia commerciale – i quali peseranno per circa 30 milioni di euro sull’intero anno, una stima basata sulle aliquote attuali e che potrebbe variare in funzione di eventuali evoluzioni del quadro normativo. L’azienda prevede inoltre di continuare a beneficiare del programma di contenimento dei costi, che nel 2025 ha già prodotto un risparmio stimato di circa 70 punti base sul margine, con l’obiettivo di arrivare a 200 punti base entro la fine del 2027, mentre per quanto riguarda il perimetro delle attività, le cessioni già completate comporteranno un effetto negativo sulle vendite nette per circa 70 milioni e sull’EBIT rettificato per 30 milioni, ma si tratta di impatti già messi in conto e ampiamente compensati, nelle intenzioni del gruppo, dalla maggiore focalizzazione sui marchi prioritari e dall’espansione in nuove occasioni di consumo, come dimostra il lancio di Aperol in formato ready-to-drink, pensato per conquistare spazi nei contesti extra domestici e nei momenti di consumo più informali.
Il ricambio ai vertici e l’ingresso della nuova generazione Garavoglia nel consiglio di amministrazione
Parallelamente all’approvazione dei numeri, il cda ha ufficializzato la conclusione della transizione manageriale avviata nei mesi precedenti, con Francesco Mele nominato direttore esecutivo e CFO, mentre sul fronte della holding olandese Lagfin – che controlla il gruppo – si registra l’ingresso nel board di Alessandro Garavoglia e Jacopo Forloni, un passaggio generazionale che segna l’avvicinamento della nuova famiglia alla governance della società, dopo la scomparsa della presidente onoraria e il progressivo ritiro di alcune figure storiche. La composizione del consiglio, che vede tra gli altri la conferma di Robert Kunze-Concewitz, il manager che ha guidato la crescita internazionale del gruppo per oltre un decennio e che ora ricopre un ruolo non esecutivo, e l’ingresso di Emma Marcegaglia come amministratore indipendente, deliberato dall’assemblea dello scorso aprile, punta a garantire continuità strategica pur innestando competenze nuove in un momento in cui il contesto globale resta complesso e frammentato.




