Sánchez trema, il governo più femminista d’Europa affonda tra scandali e inchieste
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Redazione Esteri
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Pedro Sánchez, che pure ha costruito la sua immagine pubblica sull’irreprensibilità morale, si trova oggi invischiato in una crisi politica senza precedenti. Se nel 2015, quando i popolari erano travolti dagli scandali, non esitò a definire Mariano Rajoy «indegno», oggi è lui a dover rispondere di accuse che coinvolgono non solo il suo partito, ma anche l’entourage più stretto. Tra arresti, inchieste e un’opinione pubblica sempre più ostile, il premier socialista rischia di fare la fine di chi, pur proclamandosi integerrimo, finisce per soccombere alle proprie contraddizioni.
La tenuta del governo spagnolo, che finora ha garantito stabilità all’Unione Europea grazie all’alleanza tra socialisti e popolari, è oggi appesa a un filo. L’arresto di Santos Cerdan, ex numero tre del Psoe, accusato di corruzione, traffico di influenze e associazione a delinquere, ha scoperchiato un vaso di Pandora. Le indagini hanno travolto l’ex ministro dei Trasporti, un suo consigliere, l’attuale ministro della Giustizia, il fratello di Sánchez e persino la first lady Begoña Gómez, finita nel mirino della magistratura per presunti conflitti d’interesse. Un effetto domino che ha spinto il 60% degli spagnoli, secondo un sondaggio di 40db pubblicato da El País, a chiedere le dimissioni del premier.
Il Psoe, intanto, perde consensi (27%) mentre i popolari di Alberto Feijoo avanzano (34%), e l’opposizione studia la mossa per costringere Sánchez alle urne. Con una maggioranza ridotta al lumicino e separatisti catalani sempre più riluttanti a sostenere un esecutivo in caduta libera, il rischio di una mozione di sfiducia diventa concreto. Se Feijoo prova a esplorare l’ipotesi di una grande coalizione, il leader socialista tenta disperatamente di arginare l’emorragia, ma la credibilità del suo governo, un tempo celebrato come il più femminista d’Europa, è ormai compromessa.




