Garlasco, l’impronta 33 e i nodi irrisolti del delitto Poggi
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Redazione Interno
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A diciotto anni dall’omicidio di Chiara Poggi, trovata senza vita nel 2007 alle scale della sua abitazione a Garlasco, in provincia di Pavia, l’impronta catalogata come numero 33 continua a dividere consulenti, avvocati e investigatori. Quella traccia, rinvenuta su un muro nelle immediate vicinanze del corpo, è oggi al centro di una battaglia tecnica che potrebbe riaprire scenari processuali finora dati per consolidati.
Gian Luigi Tizzoni, legale della famiglia Poggi insieme al collega Francesco Compagna, non entra nel merito delle conclusioni presentate dai consulenti della difesa di Alberto Stasi – condannato in primo grado e poi assolto in appello – ma sottolinea come le recenti analisi avvalorino l’esigenza di ulteriori accertamenti. "Quanto emerso dimostrerebbe che la Procura avrebbe dovuto estendere l’incidente probatorio anche a quell’impronta", afferma, lasciando intendere che un’indagine più approfondita avrebbe potuto evitare zone d’ombra ancora persistenti.
La controversia riguarda soprattutto l’attribuzione della papillare 33, che secondo la difesa di Stasi apparterrebbe ad Andrea Sempio, altro indagato nel corso delle indagini. I consulenti del legale di Stasi sostengono che si tratti del palmo di una mano impregnato di sangue e sudore, mentre la difesa di Sempio respinge l’ipotesi, evidenziando l’assenza delle "minuzie" necessarie per un’identificazione certa. Intanto, il Ris di Cagliari sta elaborando una ricostruzione in 3D della scena del crimine attraverso la Bloodstain Pattern Analysis (Bpa), che potrebbe confermare o smentire la dinamica proposta dalla difesa: un possibile scivolamento dell’assassino, con conseguente appoggio al muro.
A complicare il quadro, l’intervento di Selvaggia Lucarelli, che su Instagram ha ironizzato sulla teoria dell’impronta, definendola "volava come una libellula", in riferimento alle presunte incongruenze nella ricostruzione. Un commento che, al di là del tono provocatorio, riflette il clima di sfiducia attorno a un caso in cui ogni dettaglio è stato oggetto di contrapposizione.
Non meno rilevante è il mistero del Dna di "ignoto 3", rinvenuto nella bocca della vittima e mai identificato. Un elemento che, insieme all’impronta 33, alimenta domande ancora senza risposta. La Procura, per ora, mantiene un profilo riservato, mentre le parti continuano a scontrarsi su dati tecnici che potrebbero ribaltare, ancora una volta, l’interpretazione dei fatti.




