Il parroco di Qlayaa ucciso mentre soccorreva un fedele, il dolore del Papa e il timore per i cristiani del Libano

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La dinamica di quanto accaduto nel primo pomeriggio di ieri, intorno alle quattordici ora locale, a Qlayaa, piccolo villaggio a maggioranza cristiana nel Sud del Libano, è stata ricostruita con il passare delle ore attraverso le testimonianze di chi si trovava sul posto e di chi, come padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa e parroco dei latini a Tiro, ha confermato la notizia ai media vaticani. Un primo colpo d'artiglieria, sparato molto probabilmente da un carro armato israeliano Merkava, aveva centrato un'abitazione poco fuori dal centro abitato, ferendo il proprietario di casa, Clovis Boutros, e sua moglie. Ed è stato a quel punto che padre Pierre Al-Rahi, cinquantenne parroco maronita della locale chiesa di San Giorgio, noto per non aver mai abbandonato i suoi fedeli nemmeno nei momenti più difficili del conflitto, si è precipitato sul luogo insieme ad alcuni giovani della comunità per prestare i primi soccorsi. Un secondo tiro, andato a segno sulla stessa casa mentre lui e altri cinque uomini erano intenti a verificare le condizioni dei feriti, lo ha raggiunto in pieno, ferendolo gravemente a una gamba. Trasportato d'urgenza all'ospedale pubblico di Marjeyoun, il sacerdote è morto poco dopo il suo arrivo, lasciando sgomenta non solo la sua parrocchia di novecento famiglie, ma l'intera galassia di comunità cristiane che punteggiano la cosiddetta Linea Blu, quella fascia di confine tra Libano e Israele che, nonostante la presenza teorica dei caschi blu dell'Unifil, è tornata a essere teatro di scontri e bombardamenti.

La testimonianza di chi è rimasto e la paura di un esodo forzato

La scomparsa di padre Pierre, che era anche cappellano regionale della Caritas, rappresenta un colpo durissimo per la resistenza di quelle popolazioni che, suo malgrado, si erano fatte forza grazie al suo esempio e al suo costante incoraggiamento a non abbandonare le proprie case, i propri ulivi e i campi di tabacco nonostante gli ordini di evacuazione israeliani. Meno di due ore prima di morire, il parroco era stato intervistato telefonicamente dall'emittente cristiana Télé Lumière, e le sue parole, oggi, suonano come un testamento spirituale: aveva raccontato di contare sull'aiuto del Signore e di San Giorgio, da lui scherzosamente definito «un bravo cavaliere», e aveva spiegato che il significato di quella terra era immenso perché i loro antenati, generazione dopo generazione, avevano versato sangue e sudore per conservarla. Ora, con la sua morte, il timore di padre Toufic Bou Merhi è che la situazione possa precipitare definitivamente: la gente, che fino a ieri aveva resistito, è stata colta dal panico, e la paura di dover lasciare tutto si fa sempre più concreta, anche perché lasciare le proprie abitazioni significherebbe, per molti, andare a vivere per strada o cercare di affittare qualcosa in un Paese già stremato dalla crisi economica, con cinquecentomila sfollati solo a Beirut e quasi trecentomila persone che hanno già abbandonato il Sud. Nel convento francescano di Tiro, ha raccontato ancora il religioso, sono già ospitate duecento persone, tutte musulmane, a testimonianza di un'accoglienza che non fa distinzioni, ma che non basta a tamponare un'emergenza umanitaria che cresce di ora in ora.

La reazione del Vaticano e il cordoglio della Cei

Dalla Santa Sede è arrivata immediata la voce di papa Leone XIV, che ha espresso il suo «profondo dolore» non solo per la morte del sacerdote maronita, ma per tutte le vittime innocenti dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, tra cui molti bambini. In una nota diffusa dalla sala stampa vaticana, il Pontefice, che segue con preoccupazione l'evolversi della situazione, ha elevato la sua preghiera affinché cessi al più presto ogni ostilità, unendosi idealmente a chi, come padre Al-Rahi, ha perso la vita mentre prestava soccorso. Il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, commentando l'accaduto a margine di un evento interreligioso, ha sottolineato come purtroppo anche la Chiesa sia vittima di questa situazione, e non sia immune dalle sofferenze della popolazione, aggiungendo che il rischio concreto, e da tempo denunciato dalla Santa Sede, è che Terra Santa e Medio Oriente possano rimanere svuotati dalla presenza dei cristiani, i quali sono invece parte integrante e storica di quelle realtà. Parole che riecheggiano la paura di un esodo forzato e la consapevolezza che la guerra, la destabilizzazione e l'odio che cresce non fanno che rendere ancora più difficile la sopravvivenza di quelle antiche comunità.

Il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, cardinale Matteo Zuppi, ha inviato un messaggio di cordoglio al patriarca di Antiochia dei Maroniti, cardinale Béchara Boutros Raï, esprimendo la vicinanza della Chiesa italiana a una comunità ferita da «questa ulteriore dolore causato dalla violenza cinica e insensata di un conflitto che sparge sangue e distruzione». Zuppi ha ricordato come padre Pierre non abbia voluto abbandonare la sua terra, restando accanto alla sua gente e testimoniando fino all'ultimo l'amore per chi gli era stato affidato, e ha definito il suo esempio e il suo martirio come un seme di amore e riconciliazione in un tempo di odio e divisione, un segno di fraternità lì dove prevale invece la logica del più forte. Le sue parole, cariche di partecipazione al lutto, si uniscono a quelle di chi, in queste ore, continua a chiedere con forza che si fermino le violenze, che cessi il fragore delle bombe e che tacciano le armi per lasciare spazio al dialogo, unica via per uscire da quella che è sempre e comunque una sconfitta per tutti.

Il contesto di una guerra che non risparmia i soccorritori

L'uccisione di padre Al-Rahi non è un episodio isolato, ma si inserisce in un quadro di crescente violenza che nelle ultime settimane ha preso di mira anche i villaggi cristiani del Sud Libano, nonostante questi non siano roccaforte di milizie armate. Solo domenica, ad Alma el-Shaab, un altro cristiano, Sami Ghafari, di settant'anni, era stato ucciso mentre si trovava nel giardino di casa sua, colpito da un drone israeliano. E a Qaouzah, venerdì scorso, due soldati ghanesi dell'Unifil sono rimasti gravemente feriti in seguito a un attacco contro la loro base. Dinanzi a questi eventi, i sindaci delle località cristiane hanno già sottoposto al nunzio apostolico in Libano, l'arcivescovo Paolo Borgia, una richiesta di protezione simile a quella che la Santa Sede aveva già assicurato in passato durante altri cicli di violenza. La dinamica del doppio colpo, con il secondo raid che ha centrato i soccorritori giunti sul posto dopo il primo attacco, evoca purtroppo scenari già tristemente noti in contesti di guerra, dove anche il gesto più elementare di umanità, come quello di prestare aiuto a un ferito, viene annientato dalla logica spietata dei bombardamenti. L'impressione, come ha lasciato intendere qualche osservatore, è che ci si trovi di fronte a un preciso disegno volto a spingere la popolazione a nord, a svuotare la fascia di confine per creare una zona cuscinetto, con l'esercito libanese che ha ricevuto l'ordine di ridispiegarsi più a nord, lasciando di fatto quei territori in una condizione di totale vulnerabilità.

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