Omicidio Esposito, il tunisino Rahmouni ritratta in aula: «Non volevo uccidere»
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Redazione Interno
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Non volevo ucciderlo, volevo soltanto punirlo. La versione dei fatti offerta da Ridha Rahmouni, il 26enne tunisino accusato dell'omicidio del giornalista Luca Esposito, cambia radicalmente nel corso dell'interrogatorio di convalida del fermo davanti al gip di Salerno. Dopo aver inizialmente dichiarato di aver maturato una profonda sete di vendetta nei confronti della vittima, tanto da desiderarne la morte e da organizzare un appuntamento ad hoc per tendergli una trappola, l'indagato ha infatti operato una parziale marcia indietro, tentando di alleggerire la propria posizione processuale.
Di fronte al giudice, Rahmouni ha sostenuto che il suo intento primario non fosse quello di togliere la vita al giornalista sportivo 53enne, bensì quello di infliggergli una punizione, una sorta di lezione che però, ammette, è tragicamente sfociata in un omicidio caratterizzato da crudeltà e premeditazione.
La confessione e i dettagli discordanti
Le dichiarazioni rese dal giovane tunisino, attualmente ristretto nel carcere di Salerno, presentano dunque elementi di forte discordanza che gli inquirenti sono ora chiamati a vagliare con attenzione. Da un lato, la prima ammissione rilasciata agli investigatori subito dopo il fermo, nella quale Rahmouni descriveva un desiderio di vendetta maturato nel tempo e l'intenzione chiara di uccidere Esposito; dall'altro, la versione più sfumata offerta in sede giudiziaria, dove l'omicidio viene invece presentato come l'esito tragico e non pienamente voluto di un piano punitivo.
Questa ritrattazione parziale, che gli avvocati della difesa potrebbero utilizzare per sostenere una tesi diversa da quella dell'omicidio volontario con premeditazione, rappresenta ora uno dei nodi centrali su cui si concentrano le indagini coordinate dalla Procura di Salerno, in attesa che gli accertamenti tecnici in corso forniscano nuovi e decisivi elementi di prova.
Accertamenti sui telefoni e la caccia alle chat
La Procura di Salerno, come reso noto dall'avvocata Annalisa Califano, legale delle sorelle di Luigi, Ida e Francesca Esposito, ha già conferito un incarico peritali fondamentale per il prosieguo delle indagini. Si procederà all'accertamento tecnico sui tre telefoni cellulari sequestrati nel corso delle operazioni di polizia giudiziaria: due appartenenti alla vittima e uno nelle disponibilità dell'indagato.
L'obiettivo è duplice e prevede, in prima battuta, la creazione di una copia forense dei dispositivi per preservare l'integrità dei dati, e successivamente l'analisi approfondita dei contenuti estrapolati, al fine di acquisire elementi investigativi di primario interesse.
Un interprete di lingua araba sarà infatti impiegato per tradurre le chat e i messaggi intercorsi tra Rahmouni ed Esposito, ma gli inquirenti non escludono che emergano contatti con altre "utenze terze", ampliando così il raggio d'azione delle verifiche per comprendere se il movente sia riconducibile esclusivamente a un rapporto personale degenerato o se vi siano eventuali concause o mandanti occulti.
La richiesta di verità della famiglia Esposito
In attesa dello sviluppo delle indagini e dei risultati degli accertamenti tecnici, la famiglia di Luca Esposito ha affidato alle parole dell'avvocata Califano il proprio stato d'animo e le proprie legittime richieste. La convalida del fermo di Rahmouni da parte del giudice, sebbene rappresenti un primo e importante passo formale nell'iter processuale, non placa il dolore né la sete di giustizia dei parenti della vittima, che chiedono verità e giustizia per Luigi.
La legale ha inoltre sottolineato come le indagini proseguano senza sosta e come nei prossimi giorni si attenda il dissequestro della salma per poter consentire alla famiglia di dare l'ultimo saluto al proprio caro, un gesto di pietà e amore che consentirà almeno di chiudere il capitolo delle esequie, in attesa che la giustizia faccia il suo corso.
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