Khamenei scompare dalla scena: tensioni ai vertici sulla risposta agli Usa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Davanti a una folla di fedeli, Ali Khamenei ha parlato con tono fermo, quasi rassegnato: «La mia vita non ha alcun significato. Anche se mi uccideranno, non consideratelo una perdita, finché rimanete saldi ai principi dell’Imam Hussain». Le sue parole, diffuse in un video che circola tra i sostenitori del regime, suonano come un testamento politico. Il leader iraniano, 86 anni, appare consapevole dei rischi che corre, mentre Teheran si prepara a una risposta contro Washington dopo i recenti attacchi alle installazioni nucleari.

Da quattro giorni, però, Khamenei non si mostra in pubblico. Fonti interne parlano di un rifugio in un bunker, mentre ai vertici del potere si discute se inasprire lo scontro o cercare una mediazione. «La sua eliminazione chiuderebbe ogni spazio al dialogo», ammette un funzionario, confermando che l’ipotesi di un’escalation senza controllo è al centro delle valutazioni. Intanto, il video del leader – in cui definisce i bombardamenti israeliani del 13 giugno «un grave crimine» – viene usato per rassicurare i cittadini: il regime resiste, almeno a parole.

Nelle strade di Teheran, intanto, la rabbia contro Stati Uniti e Israele esplode in cortei dove si invoca vendetta. Bandiere bruciate, slogan contro «il nemico sionista», pugni alzati sotto gli occhi del presidente Masoud Pezeshkian, che lascia fare. Il governo promette «conseguenze eterne» per gli attacchi subiti, mentre l’industria nucleare – pur danneggiata – continuerà a operare, assicurano i vertici. Tra le opzioni sul tavolo, c’è anche quella di bloccare lo Stretto di Hormuz, una mossa che scuoterebbe i mercati globali.

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