Khamenei scompare per quattro giorni, mentre ai vertici iraniani si discute la risposta agli Usa
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran, è scomparso dalla scena pubblica per quasi quattro giorni, alimentando speculazioni su un possibile vuoto di potere. Quando è riapparso, lo ha fatto con un messaggio che sembrava più una dichiarazione di resistenza che un discorso politico. «La mia vita non ha alcun significato», ha detto, parlando con tono pacato davanti a una folla di fedeli. «Anche se mi uccideranno, non consideratelo una perdita, finché rimarrete saldi ai principi dell’Imam Hussain». Le sue parole, diffuse attraverso un video diventato virale tra i sostenitori del regime, hanno il sapore di un testamento spirituale, ma anche di una sfida.
Intanto, secondo fonti vicine al governo, ai vertici della Repubblica Islamica è in corso un acceso dibattito su come rispondere agli attacchi statunitensi contro i siti nucleari iraniani. Trump, tornato alla Casa Bianca, ha mantenuto una linea dura, e Teheran sembra divisa tra chi spinge per una rappresaglia immediata e chi teme un’escalation incontrollabile.
Khamenei, che negli ultimi anni aveva ridotto le apparizioni pubbliche, ha scelto i social per lanciare il suo ultimo messaggio. In un post su X, accompagnato da un’immagine simbolica – missili che cadono su una città israeliana, sovrastati da un teschio – ha scritto: «Il nemico sionista ha commesso un grave errore, un grave crimine; deve essere punito e lo stiamo facendo». Il riferimento è ai bombardamenti israeliani del 13 giugno, definiti da Khamenei «un atto imperdonabile».
Quella che emerge è una strategia comunicativa ben precisa: da un lato, il leader iraniano si presenta come martire pronto al sacrificio; dall’altro, minaccia ritorsioni senza esclusione di colpi. Ma mentre le sue parole infiammano i sostenitori più radicali, la sua improvvisa assenza ha sollevato domande sulla stabilità del regime.




