Renzo Arbore: la Rai, le esclusioni e il prezzo della libertà non negoziabile

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Renzo Arbore, la cui carriera si dipana da decenni tra televisione, musica e teatro, ha recentemente riaperto, con la consueta verve ma anche con una punta di amarezza mai sopita, un capitolo intricato dei suoi rapporti con la Rai. Lo ha fatto in un’intervista a La Stampa, e nel libro “Mettetevi comodi. Vita, peripezie e tutto il resto”, scritto con Andrea Scarpa per Fioriscena, che si propone come un’autobiografia dove l’aneddoto scanzonato lascia spesso il posto a riflessioni più profonde. Emerge, da quel racconto, la figura di un artista che ha pagato un prezzo preciso per la propria indipendenza, considerata dalla dirigenza di allora non una virtù ma un intralcio, un fattore di ingovernabilità. La sua narrazione, infatti, delinea un ambiente in cui la lealtà a una “cordata”, sia essa politica o di potere interno, prevaleva sul merito e sulla creatività, condannando chi, come lui, si rifiutava di aderire a qualsiasi schieramento a un ruolo più instabile e marginale.

L’artista non allineato e i programmi “scomodi”

“Non ero manovrabile, perciò la Rai mi cancellava i programmi”: questa dichiarazione, secca e diretta, riassume il cuore della questione secondo lo showman. Arbore non accusa una singola persona o una fazione specifica in modo esclusivo, ma descrive piuttosto un sistema, quello che lui stesso definisce, con una formula divenuta celebre, la “Rai cattocomunista”, dove la necessità di un appoggio politico-rativo era imperativa. In quel contesto, la sua non appartenenza, il suo rifiuto di essere “schierato”, lo rendevano, per usare le sue parole, “sacrificabile”, un nome su cui far ricadere le decisioni più scomode per far posto ad altri. La leggerezza e l’ironia che hanno sempre caratterizzato i suoi lavori, dunque, non furono scudo sufficiente contro logiche che poco avevano a che fare con il gradimento del pubblico o con la qualità delle idee.

Oltre la tv: l’Orchestra Italiana e il monumento alla canzone classica

Parallelamente a queste vicende televisive, e forse anche come risposta creativa a certe chiusure, Arbore ha costruito con tenacia un altro pilastro della sua carriera, destinato a diventare un vero e proprio patrimonio culturale: L’Orchestra Italiana. Nata nel 1991, la formazione, da lui descritta come un ensemble di “all stars”, eccelsi solisti dei propri strumenti, ha dedicato trentaquattro anni alla valorizzazione e al rilancio della Canzone Napoletana Classica, non solo in Italia ma in teatri di tutto il mondo. Questa attività, lontana dai riflettori più effimeri del piccolo schermo, rappresenta l’altro volto di Arbore: non solo il geniale autore di format televisivi, ma il custode e l’innovatore di una tradizione musicale, colto nella sua veste più seria e appassionata di musicista e curatore di repertorio.

Le ferite di un percorso controcorrente

Il racconto che ne risulta, quindi, non è una semplice successione di successi, ma il resoconto di un percorso spesso in salita, dove il riconoscimento istituzionale – si pensi al cavalierato di Gran Croce o alla Laurea in Goliardia conferitagli da Umberto Eco – stride con le difficoltà incontrate nell’ambiente che per lungo tempo è stato il principale palcoscenico del Paese. Arbore rivendica, senza mezzi termini, il diritto a non essere “archiviato come un semplice volto della tv”, ma a essere considerato per la complessità di un percorso artistico che ha scelto la libertà come principio non negoziabile, anche quando questa scelta ha significato vedersi sottrarre spazi e opportunità. Le sue parole gettano una luce cruda su meccanismi che, al di là dei singoli protagonisti, parlano di un’epoca e di dinamiche di potere in cui l’arte doveva, troppo spesso, fare i conti con calcoli che con l’arte avevano ben poco a che spartire.

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