Il paradosso della vitamina D: perché l’integrazione non sempre funziona e quale legame esiste con il peso Corporeo

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Negli ultimi anni la vitamina D è stata oggetto di un’attenzione crescente, e non solo per il suo ruolo ormai acclarato nella salute dell’osso. Spesso relegata a una funzione secondaria nel metabolismo, questa molecola, che in realtà agisce come un pro-ormone, è oggi al centro di un dibattito scientifico che coinvolge anche la composizione corporea e, più nello specifico, la difficoltà a dimagrire -3. I pazienti in eccesso ponderale che si sottopongono a esami ematici scoprono frequentemente di avere valori bassi di 25-idrossivitamina D, la forma di deposito che viene misurata in laboratorio, e il dubbio che sorge spontaneo è se questa carenza rappresenti un ostacolo concreto alla perdita di peso. La letteratura scientifica, da questo punto di vista, conferma un dato epidemiologico ormai consolidato e difficilmente contestabile: esiste una correlazione inversa e statisticamente significativa tra l’indice di massa corporea (BMI) e i livelli sierici di questa vitamina, al punto che l’obesità viene considerata uno dei fattori predittivi più forti per l’ipovitaminosi D, subito dopo la scarsa esposizione solare -7.

Il tessuto adiposo come serbatoio dinamico

Il motivo di questa relazione, che a prima vista potrebbe sembrare controintuitiva, risiede principalmente nella farmacocinetica particolare di questa sostanza lipofila. La vitamina D, una volta assunta o sintetizzata a livello cutaneo, tende ad accumularsi nel tessuto adiposo, che ne costituisce il principale sito di stoccaggio nell’organismo -7. Studi condotti con radiotraccianti hanno dimostrato che una percentuale molto elevata della vitamina D3 immagazzinata si trova proprio negli adipociti, dove rimane sequestrata in una sorta di riserva dinamica -7. Questo meccanismo, che in condizioni fisiologiche garantisce una certa autonomia dalla assunzione esterna, nei soggetti con una massa grassa particolarmente sviluppata si traduce in una vera e propria trappola metabolica. Il tessuto adiposo, infatti, trattiene la vitamina sottraendola alla circolazione e rendendo necessarie dosi integrative più elevate per ottenere lo stesso incremento dei livelli sierici che si osserverebbe in un individuo normopeso. Non si tratta, quindi, soltanto di una questione di diluizione volumetrica in una massa rea più estesa, ma di un vero e proprio fenomeno di sequestro che modifica la biodisponibilità del nutriente e che spiega perché, a parità di integrazione, la risposta ematica possa essere così variabile da individuo a individuo -7.

L’efficacia dell’integrazione e il ruolo del movimento

Se è vero che l’obesità modifica il metabolismo della vitamina D, è altrettanto vero che la sola supplementazione, se non accompagnata da una modifica dello stile di vita, difficilmente sortisce effetti significativi sulla composizione rea. Una recente metanalisi che ha combinato i dati di otto trial randomizzati e controllati, per un totale di quasi cinquecento partecipanti, ha cercato di fare chiarezza sull’effetto sinergico tra l’integrazione di vitamina D e l’attività fisica -1. I risultati, pubblicati su una rivista specializzata nel settore della nutrizione, indicano che l’intervento combinato produce un effetto significativo e misurabile sulla riduzione della circonferenza vita, un parametro quest’ultimo strettamente correlato al rischio cardiometabolico. L’analisi dei sottogruppi ha inoltre evidenziato come i miglioramenti nel peso corporeo e nell’indice di massa corporea fossero più pronunciati nelle persone anziane e in coloro che praticavano attività aerobica, suggerendo che la vitamina D potrebbe agire come un modulatore della risposta metabolica del muscolo scheletrico all’esercizio fisico -1. In altre parole, la presenza di adeguati livelli di questo pro-ormone potrebbe ottimizzare la capacità del tessuto muscolare di utilizzare i substrati energetici durante lo sforzo, favorendo indirettamente quella riduzione della massa grassa che da sola la pillola non può garantire.

Quando i livelli non si alzano nonostante gli integratori

Un altro aspetto che merita attenzione, e che spesso genera frustrazione nei pazienti, è la constatazione che i livelli di 25-idrossivitamina D rimangono bassi nonostante mesi di integrazione regolare. Questa evenienza, lungi dall’essere un’eccezione, trova una spiegazione in diversi fattori che è bene conoscere. Oltre al già citato sequestro da parte del tessuto adiposo, gioca un ruolo fondamentale la cinetica lenta di questo pro-ormone: il raggiungimento di una concentrazione stabile nel sangue, il cosiddetto plateau, richiede tempo e costanza, e può richiedere anche diversi mesi prima di manifestarsi pienamente -5. Inoltre, non tutte le formulazioni in commercio sono equivalenti in termini di biodisponibilità. La vitamina D3 (colecalciferolo) ha dimostrato una capacità superiore rispetto alla vitamina D2 (ergocalciferolo) non solo di innalzare i livelli ematici, ma anche di mantenerli nel tempo, grazie a una emivita più lunga che si attesta intorno agli ottanta giorni contro i trenta della forma D2 -8. Anche la funzionalità epatica e renale, organi deputati alla idrossilazione della molecola per trasformarla nella forma attiva, può influenzare la risposta alla terapia, così come l’assunzione contestuale di grassi alimentari che ne facilita l’assorbimento intestinale, trattandosi di una molecola liposolubile che necessita della bile per essere veicolata.

Le evidenze longitudinali sulla composizione rea

A corroborare ulteriormente l’ipotesi di un legame funzionale tra vitamina D e metabolismo, intervengono i dati di studi osservazionali condotti su ampi campioni di popolazione seguiti nel tempo. Uno studio longitudinale recente, che ha arruolato oltre settecento anziani con sindrome metabolica seguiti per tre anni, ha messo in relazione l’assunzione alimentare di vitamina D con le modifiche della composizione rea misurate con metodiche accurate come la densitometria a raggi X a doppia energia -4. I risultati mostrano che un apporto dietetico più elevato di vitamina D si associa, a distanza di un anno, a una maggiore percentuale di massa magra, a un miglior rapporto muscolo-grasso e a una riduzione del tessuto adiposo viscerale, che è la forma di grasso più pericolosa per la salute -4. Si tratta di associazioni che, pur non stabilendo un nesso di causalità diretto, indicano una direzione precisa e coerente con i meccanismi fisiopatologici descritti in precedenza. La vitamina D, insomma, sembra agire come un fattore permissivo che, in un contesto di stile di vita sano e di riduzione ponderale, favorisce il mantenimento di una architettura corporea più favorevole e metabolicamente più efficiente.

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